SANDWIP

DIARIO DI UN VIAGGIO NELL’ISOLA DEI CICLONI

(3 GIUGNO – 13 GIUGNO 1991)

 



SANDWIP: L’ISOLA RIEMERSA. Poche note introduttive.

 

Geograficamente, l’isola si colloca in pieno Oceano Indiano, anche se gli abitanti identificano ancora le acque dell’Oceano con quelle del grande fiume Megna. Si trova a Nord-Ovest di Chittagong, da cui dipende amministrativamente. E’ una Upozilla (=entità amministrativa creata dal presidente Ershad, deposto solo qualche anno fa e corrispondente ad un sub-distretto) con sede ad Harispur, dove c’è anche il posto di polizia. Comprende 15 Union o comuni, l’ultimo dei quali, URIR-CHAR, a Nord Ovest, è un’isoletta.

Secondo i dati fornitici dal posto di polizia, l’isola ha una superficie di 87 miglia quadre; la lunghezza massima si aggira intorno alle venti miglia e la larghezza intorno a dieci. Dati precisi sulla popolazione è quasi impossibile averli, ma il numero dovrebbe aggirarsi intorno ai 300 mila abitanti.

La pesca è la prima risorsa dell’isola. Ci sono molti pescatori, tra cui gli Hindu, Jele di casta, i quali spesso sfidano l’Oceano, andando per questo incontro a grossi rischi. L’agricoltura è piuttosto misera. All’interno (una estensione quindi molto limitata) si possono avere 2 o 3 raccolti di riso l’anno, ma gran parte del territorio è costiero e quindi, data la salinità dell’acqua, è possibile solo un raccolto all’anno, quello che si effettua dopo la stagione delle piogge.

Una buona percentuale lavora all’estero (Medio-Oriente, USA, Europa) e le rimesse in valuta sono un buon cespite per l’economia dell’isola. La comunicazione all’interno è molto difficile, soprattutto nella stagione delle piogge. Le poche strade, con fondo solido, già dissestate, sono diventate un susseguirsi di buche dopo il ciclone. La gente si muove a piedi o in ricksaw; ci sono poche moto private o di enti. I trasporti sono effettuati con i gorugari (carri trainati da buoi). Nell’isola c’era anche la corrente elettrica, ma la rete è andata quasi completamente distrutta con il ciclone. I collegamenti con la terraferma sono effettuati da uno steamer (grosso battello), che, in condizioni normali, va e viene tre volte la settimana. Altre navette sono abbordabili, ma con grosso rischio.

 

CRONISTORIA DI UN GRUPPO.

 

                        Il gruppo si è costituito dopo che P. Tedesco, Fratel Gamba e Suor Filomena si erano portati sulla zona del disastro per sondare la possibilità di inserimento e di intervento in appoggio ad altre organizzazioni gi operanti sul posto. Al gruppo, su segnalazione di P. Bob, fu assegnata l’isola di Sandwip, in appoggio alla NGO (organizzazione non governativa) NIGERA KORI.

Il gruppo si costituiva come Health Team (gruppo sanitario), in quanto era formato tutto da infermiere. Ese erano: Sr. Filomena , delle Suore Luigine di Alba, Sr. Emilia, delle Blue Sisters (così sono chiamate in Bangladesh le Piccole Sorelle di Charles de Foucauld), Sr. Martha, bengalese, delle Suore Luigine e una laica, Miss Antonia, infermiera bengalese del Fatima Hospital. Tutte donne quindi che, in un paese come il Bangladesh, avrebbero avuto difficoltà a muoversi. Saputa la cosa, mi sono aggregato al gruppo che mi ha accolto volentieri.

 

DIARIO DELLA SPEDIZIONE.

 

3. 6. 91.           Raggiunta Dhaka da Khulna, alle 8.20 del mattino si parte per Chittagong col treno Mahanagar Probhati. Poco dopo le due del pomeriggio siamo a Chittagong, città portuale ai confini col Myammar. Le RNDM Sisters ospitano le suore e l’infermiera, io alloggio alla Bishop’s House. Verso le cinque del pomeriggio con Sr. Filomena mi reco all’ufficio della Caritas per vedere le possibilità che ci sono per arrivare a Sandwip. Il Direttore ci accoglie benevolmente e ci dice che c’è un servizio giornaliero di battello, che però non è conveniente per la difficoltà di attracco. Ci consiglia di andare all’aereoporto e mette a nostra disposizione una jeep con l’autista. All’aereoporto sondiamo la possibilità di andare a Sanwip in elicottero. Contattiamo un Maggiore, certo Salam, che ci dice che è possibile e ci invita a tornare il giorno dopo alle 8 del mattino ed un elicottero ci porterà a Sanwip. Tutto sembra estremamente semplice e ci stupisce. Con gioia ed esultanza lasciamo l’aereoporto. L’autista ci conduce un po’ attorno e ci mostra le zone più colpite. Lungo la strada sono allineate le numerose baracche di rifugiati, scampati al disastro.

 

4.6.91.             Alle 6.45 del mattino arriva l’autista della Caritas per portarci all’aereoporto Ci sembra inverosimile che con tanta facilità possiamo raggiungere l’isola in elicottero. Difatti, appena si arriva all’aereoporto, le cose incominciano a complicarsi. Il Maggiore Salam, che ci aveva assicurato il passaggio, in effetti non aveva avuto nessun contatto con le autorità americane, le quali, a sentire la cosa, si dimostrano non poco sorprese. In più, a complicare le cose, un addetto all’Ambasciata Americana cerca di faci capire l’assurdità della cosa. Il sogno sembra allontanarsi sempre più. Ad ogni modo noi non desistiamo: tanto la cosa era diventata ormai parte della nostra avventura. Ad un certo punto, infatti, le difficoltà si dissolvono come per incanto e ci viene finalmente assicurato che un elicottero della U. S. Army ci porterà a Sandwip: un elicottero tutto per noi! Si partirà alle 10.30. Sembra proprio che il Signore sia con noi a spianarci la strada. Alle 10.30 in punto saliamo a bordo dell’elicottero, ma prima ci viene assicurato alla vita il salvagente. Per tutti noi questa è un’esperienza assolutamente nuova: nessuno di noi ha mai volato in elicottero!

Dopo un quarto d’ora di volo, durane il quale si presenta al nostro sguardo il quadro desolato della distruzione, atterriamo ad Harispur, sede della Upozilla, dove è acquartierata la Caritas: un team di 35 persone, provenienti in gran parte da Dhaka. Appena a terra, ci vediamo attorniati da una folla di gente, che, vedendo l’elicottero, pensa sia arrivato materiale di relief. Ci rechiamo in ricksaw al Camping della Caritas. P. Bob, sempre in giro con una bici presa a noleggio, è fuori e tornerà, ci dicono, per l’ora di pranzo. Ci sono anche tre suore, una delle quali, Sr. Judy, arrivata con P. Bob a metà maggio e le altre due, Sr. Marianne e Sr. Florence soltanto da alcuni giorni. Si tratta di due americane e di una bengalese.

Arriva il P. Bob, che ci accoglie molto cordialmente. Si pranza e si va con Sr. Filomena, Sr. Martha e P. Bob ad Haramia, dove ha sede l’ufficio della NGO Nigera Kori, per incontrare il responsabile, un certo Mahanesh Thakur, un Hindu, che però non è in sede. Andiamo a cercarlo a Gupta Char, a più di un’ora di ricksaw: la strada è in pessime condizioni. Parliamo con Thakur sulla possibilità di un nostro inserimento in Nigera Kori. Thakur ci porterà la risposta definitiva domani ad Harispur. Il problema principale sembra quello delle Suore. Essendo una NGO tutta di uomini e, per di più, in maggioranza musulmani, sembra che ci siano preoccupazioni legittime per l’incolumità delle Suore Ad Haramia, dove ci portiamo subito, ripartendo da Gupta Char Bazar, si discute della possibilità di lavoro. Le Suore si divideranno in due gruppi andando in posti differenti ed operando come Health Team. Si ritorna al campo ad Harispur che sono ormai le 7 di sera. Il responsabile di Nigera Kori verrà domattina dentro a ricevere la nostra parola definitiva se accettiamo o meno questa loro proposta di lavoro.

Al campo della Caritas ha luogo la cerimonia di addio del gruppo che domani lascerà l’isola, se c’è la nave. E’ una verifica del lavoro fatto nei 20 giorni di permanenza a Sanwip e nello stesso tempo uno scambio di esperienze. Sono presenti le maggiori autorità dell’isola, civili e militari, l’ U.N.O. (Upozilla Nirbhai Officer), che è un Hindu e l’O. C. (Officer in Charge), che è un tribale, Buddista. L’incontro si prolunga fino alle 10 di sera ed è davvero molto interessante. L’unica stonatura è l’U. N. O., che, nei suoi interventi, si ostina a parlare in inglese. Dopo l’incontro la cena: si cene tutti assieme. Subito dopo le Suore vanno a dormire in una vicina costruzione governativa, data in gestione alla Caritas, io dormo nella tenda del P. Bob con altri due bengalesi. Con qualche inconveniente: c’è chi russa, ci sono le zanzare, ma tanta pace e gioia nel cuore e questo basta.

 

5. 6. 91.           Alzata alle 5, bagno al tube-well del campo. Si prega un po’ personalmente e alle 7 si celebra l’Eucarestia con P. Bob, le Suore del nostro gruppo e quelle che abbiamo trovato a Sandwip. Colazione, bucato, si legge e si scrive in tenda. Verso le 10 arriva il responsabile di Nigera Kori. Diamo la nostra risposta positiva nel senso che accettiamo di lavorare secondo la loro proposta e si parte insieme per Haramia, dove si trova la loro sede e dove noi prendiamo alloggio: una costruzione a due piani, che serve anche come magazzino e centro di distribuzione del relief.

Il gruppo della Caritas che pensava di partire quest’oggi non ha potuto partire perché non c’era la nave. Se ne parlerà sabato, se tutto va bene. Nel pomeriggio facciamo un giro di ricognizione della zona dove ci troviamo. Ci siamo recati, tra l’altro, anche al centro della Red Cross o Red Crescent, non molto lontano da noi.

 

 

6. 6. 91.           Abbiamo trascorso la prima notte nella sede di Nigera Kori. Nella mia stanza c’è stato un andirivieni continuo. Dopo il nostro momento di preghiera affrontiamo questa prima giornata di ricognizione e di incontro con la gente. Il nostro scopo non è quello di dare qualcosa (ce ne sono già tanti che danno), ma quello di renderci presenti tra la gente in un gesto di solidarietà e di condivisione. Tre ricksaw, concordati col responsabile, sono già pronti per noi e saranno a nostra disposizione per tutta la giornata. Si parte poco prima delle 8, il cielo è coperto e quindi il caldo è attutito. Siamo diretti ad Azimut, una delle 15 Union in cui è suddivisa l’isola e che si trova nella parte Sud-Ovest, tutta lunga la sponda dell’Oceano.

Appena arriviamo, si presenta al nostro sguardo lo spettacolo terrificante della distruzione, che nonostante siano passati ormai circa 40  giorni dalla furia del ciclone, conserva ancora quasi intatte le sue proporzioni. La zona è molto popolata e ci sono anche tante famiglie di pescatori, Hindu-Jele. A quanto dicono, qui ci sono stati sui 130 morti. Sono visibili i tumuli delle tombe dove sono stati sepolti e non si è ancora smorzato il tanfo di carogne o di cadaveri, dissepolti dai numerosi cani randagi. Le case erano situate erano situate ai due lati dell’argine che corre per tutta l’estensione della costa. Sia quelle che si trovavano verso l’oceano sia quelle che si trovavano all’interno hanno subito la medesima sorte. Ora tutti sono accampati sul dorso dell’argine. Per tutta questa gente non c’è solo il problema della ricostruzione della casa, ma anche quello di disporre un pezzo di terra dove ricostruirla. Bisognerà innanzitutto provvedere a ricostruire l’argine, che sotto la furia delle onde è stato tutto smangiato, rotto e rovinato (si tratta di un argine in terra battuta).Riparandolo, bisognerà provvedere a farlo più alto e più robusto.   

Con le Suore abbiamo percorso a piedi tutta la fascia costiera per diversi chilometri. Le Suore, in particolare Sr. Filomena e Sr. Emilia, hanno svolto un ottimo servizio. Incontrando le donne, che subito facevano capannello, rivolgevano loro opportune parole, invitandole a tenere pulito l’ambiente e a impedire che i bambini facciano la cacca dappertutto onde evitare l’insorgere di epidemie. Scopriamo anche un caso di colera: una donna, vedova, sulla trentina, è in fin di vita. Ci dicono che le sono state già applicate delle salines. Si provvede a mandare subito uno al vicino centro di soccorso per prelevare altre salines, dandogli 200 taka, nella speranza che le taka non finiscano nella tasca di qualcuno che approfitta della situazione.

Si continua il giro fin verso mezzogiorno. Poi andiamo in riva all’oceano per mettere qualcosa nello stomaco. Ma comincia a piovere e quindi bisogna ritirarsi per non correre il rischio di rimanere bloccati sul posto, perché con la pioggia le strade diventano una poltiglia di fango. Ci avviamo perciò verso il punto dove avevamo lasciato i ricksaw. Ripartiamo mentre la pioggia si fa sempre più insistente e ci accompagna per tutto il tragitto. A sera, durante la preghiera, si fa anche una piccola verifica su quello che si è visto, l’incontro con la gente, accogliendo suggerimenti per le successive visite in altri posti.

 

7. 6. 91.           Ha piovuto tutta la notte ed era pioggia torrenziale, che è continuata a cadere tutta la mattinata senza interruzione. Avevamo programmato di andare a Sontoshpur, ma tutto è andato in fumo e siamo costretti a rimanere rintanati in casa, leggendo, pregando (oggi è la festa del S. Cuore), conversando, nella speranza che nel pomeriggio si possa uscire. Durante buona parte della mattinata Sr. Martha ed Atonia si sono prestate nell’aiutare per la distribuzione del materiale di relief. Nel pomeriggio si va verso Harispur per incontrare la gente della Caritas. Quelli di Dhaka sono ripartiti ieri. E’ rimasto il gruppo di Chittagong. Sono visibilmente stanchi ed hanno un po’ i nervi a fior di pelle: lo si capisce dalla reazione che hanno con la gente. Ci offrono il tè e ci invitano per la messa di domenica prossima alle 5 del pomeriggio. Nella sede di Nigera Kori, nel pomeriggio, c’è un meeting dei rappresentanti di tutte le NGO presenti nell’isola che sono in numero di 6.

 

8. 6. 91.           La meta della giornata è Sontoshpur, la punta nord-orientale di Sandwip. Si va a piedi, perché, date le piogge torrenziali, le strade sono infangate. Le Suore portano medicine di primo intervento (dissenterie, diarree, vermi,ecc.). Man mano che si va avanti, il tempo si mette sul bello e si ha l’impressione che questa è una giornata che il Signore ha fatto per noi. Andare a piedi offre un grandissimo vantaggio, in quanto permette di incontrare tanta gente e di parlare con loro. Difatti si va avanti e quando si incontra un gruppo di donne o un gruppo di bambini con il loro pancino rigonfio, le Suore si fermano e allora si fa subito calca: la gente si precipita a frotte da tutte le parti. Così procediamo, attraversando successivamente le union di Bauria-Gachua-Kalapania-Amanulah-Sontoshpur.

Verso mezzogiorno sostiamo per mettere qualcosa nello stomaco, ma, circondati dalla folla, non riusciamo neppure a sederci. Strada facendo entriamo anche nell’ospedaletto della zona di Gachua. L’edificio è abbastanza grande e, per essere in questa parte del mondo, pulito, ma quasi vuoto, perché mancano le medicine. Verso le 2 arriviamo a Sontoshpur. Sostiamo alcuni minuti al campo della Red Cross, dove ci sono militari che prestano servizio, ma sono sguarniti di medicine. Dal campo ci avviamo verso la spiaggia, da dove si scopre la zona più colpita. Ci dicono che qui i morti siano stati un migliaio, ma naturalmente le cifre non sono affidabili e nessuno mai saprà quanti siano stati effettivamente i morti.

Ci fermiamo in delle para (gruppo di case), distrutte dal ciclone. La situazione è molto precaria. Molti vivono nelle tende o in tuguri ricomposti su con i rottami  delle abitazioni andate distrutte, senza acqua potabile, senza servizi igienici (tutto si fa in casa o attorno casa). Se dovesse continuare a piovere, la situazione diventerà ancora più precaria. Sr. Filomena e Sr. Emilia distribuiscono medicine di emergenza e rivolgono parole di avvertimento alle donne circa l’igiene. Ci rimettiamo in cammino, perché sono già le tre e bisogna tornare indietro a piedi, perché nella zona non ci sono ricksaw. Verso le 4.30, a Nazirhat troviamo finalmente i rcksaw, che ci portano a casa per l’ultimo tratto di strada. Così, dopo aver camminato per oltre 8 ore, siamo a casa, un po’ stanchi, ma contenti.

La cosa più bella è stata quella di aver incontrato tanta gente, aver parlato con loro, facendo sentire con la nostra presenza la solidarietà di tutto il mondo. Pretesa forse? Può darsi, ma l’intento era quello: gli altri danno aiuti, noi diamo qualcosa di noi stessi. E la gente quasi coglie nell’aria quello che noi portiamo nell’animo. Ne è conferma un episodio tanto commovente e di per sé eloquente. Nell’andare, da uno dei tanti raggruppamenti di capanne, che sono lungo la strada e che portano ancora visibili le ferite del ciclone, due donne, quasi di corsa, vengono verso di noi. Quando ci raggiungono, una di loro abbraccia Sr. Filomena e incomincia a piangere di un pianto inconsolabile. Le sono morti 4 figli e all’altra donna, che le è a fianco, ne sono morti due. Due mondi così lontani riavvicinati in una simbiosi così vitale, che è dolore e gioia assieme. Grazie, Signore, per tanto!

 

9. 6. 91.           DOMENICA. Dopo la giornata campale di ieri, oggi Domenica, ci riposiamo  e il tempo sembra assecondare la nostra decisione, perché piove e la pioggia si fa sempre più insistente e si fa fiume. Si prega individualmente, perché l’Eucarestia è nel pomeriggio, al centro della Caritas. Con Sr. Filomena e Sr. Emilia si fa un salto ad Harishpur, per incontrare l’O. C. e l’U. N. O., per avere dati più precisi sulle casualità accorse. L’O. C. è molto gentile. Il quartiere residenziale della Thana (posto di polizia) è stato piuttosto malmenato dal ciclone ed è stato rimesso in qualche modo in funzione. Le lamiere dei tetti sono ancora accatastate nel cortile interno in attesa di sistemazione. Secondo l’O. C., il totale dei morti di Sandwip si aggirerebbe intorno ai 23. 000, cifra confermata dall’U. N. O., dal quale ci rechiamo subito dopo. Gli uffici dell’Upozilla sono molto affollati e l’U. N. O. non può darci molta retta Si stanno preparando i dati relativi al disastro. Gli chiediamo una cartina dell’isola, ma non ne ha a disposizione. Ci conduce nella sala attigua, dove c’è una cartina murale di Sandwip, apprestata forse per l’occasione e da lì la rileviamo sui nostri fogli. Usciamo dall’Upozilla che piove a torrenti. Aspettiamo che l’acqua cade meno violentemente e partiamo in ricksaw.

Sulla via di ritorno, facciamo una sosta all’ospedale di Harispur. Si trova nel punto centrale della cittadina e in un posto facilmente accessibile. L’ospedale è pieno di ammalati, ricoverati in gran parte per dissenteria vacillare, diarrea e colera. Le Suore danno un po’ delle loro medicine, che vengono consegnate dal medico stesso agli ammalati in nostra presenza. Ritorniamo a casa sotto la pioggia battente ed un forte vento. Nel pomeriggio c’è l’appuntamento nella sede della Caritas per la celebrazione della S. Messa alle 5. Per tempo, sempre sotto la pioggia, ci portiamo di nuovo ad Harispur. Ma, arrivati all’ufficio della Caritas, vediamo che è in pieno svolgimento l’opera di relief. Entriamo comunque e ci sediamo perché alle cinque manca ancora un po’ di tempo. Presto, però, ci rendiamo conto che l’operazione andrà avanti fino a tarda sera e certamente non ci sarà tempo per la Messa, tanto più che quelli che l’avevano richiesta non sono presenti, essendo partiti per Chittagong, come poi veniamo a sapere. Il materiale che viene distribuito, ci dicono, è destinato a 300 famiglie membri del locale somity (gruppo di risparmio e credito) della Caritas. Vengono distribuiti biscotti di vario tipo, chira (riso trattato in un certo modo che i Bengalesi mangiano di solito a colazione), latte in polvere, fiammiferi. Resici conto delle impossibilità di celebrare con loro, ritorniamo a casa sempre sotto la pioggia.

La sera, conversando fra di noi, si avverte nell’aria qualche difficoltà. Da vari accenni si capisce che la nostra presenza comincia a diventare un po’ pesante per quelli che ci ospitano. In effetti, noi praticamente occupiamo due stanze e tanti che vanno e vengono da Dhaka e Chittagong sono costretti a sacrificarsi per noi. Di fronte a questa situazione emergente, ci convinciamo ad anticipare la partenza. Domani si andrà al campo della Task Force, acquartierata di fronte a noi per chiedere di interessarsi per noi presso la Navy (Marina Militare) per il nostro ritorno a Chittagong.

 

10. 6. 91.         Alle 6.30: celebrazione dell’Eucarestia. C’è il Vangelo delle Beatitudini, che scaturiscono dal cuore nuovo donato dallo Spirito. Cominciamo con i migliori auspici: la forza delle beatitudine evangeliche. Dopo colazione con Sr. Filomena mi reco al quartiere generale della Task Force per contattare il Major Robin, il quale, a sua volta, dovrebbe contattare il quartiere della Navy per garantirci 5 posti sulla nave, che nel pomeriggio di oggi torna a Chittagong. Invece del Major Robin, che ci era stato indicato dalla Caritas, troviamo il Major Shariph Uddin, che ci accoglie cordialmente offrendoci anche il tè. Esponiamo la nostra richiesta e lui si mette in contatto telefonico con l’U. N. O. Non è in grado di darci una risposta immediata e ci invita a ritornare un’ora dopo.

Sr. Filomena e Sr. Emilia vanno verso la zona costiera di Harispur; Sr. Martha ed Atonia nella zona vicino a noi. Partono portandosi dietro le medicine opportunamente preparate ieri sera. Io rimango da solo in casa in attesa di una risposta da parte dei militari. Ritorno poi al campo, ma ancora niente. Anzi ho l’impressione che il Major Shariph Uddin non abbia preso a cuore la cosa. Mi dice che la nave, partita da Chittagong verso mezzogiorno, ripartirà da Harispur verso sera. Ad ogni modo, mi comunicherà lui stesso la risposta. Intanto Sr. Martha ed Atonia sono di ritorno. Nella zona dove si sono recate i danni non appaiono così gravi come altrove. Hanno avuto comunque modo di distribuire le medicine che si erano portate dietro. Poco dopo ritornano anche Sr. Filomena e Sr. Emilia. Loro si sono fermate in una para Hindu, che si trova in una situazione miserevole; dicono che sia la peggiore che abbiano visto finora. E dire che pensavamo che di situazioni peggiori di quelle che avevamo viste non se ne potessero trovare! Le condizioni igieniche sono di estrema precarietà. Sono assistiti dalla Caritas e, a quanto dicono, sembra che questo sia diventata una colpa agli occhi degli altri, in maggioranza musulmani, e per questo non ricevono aiuti da altre organizzazioni.

Forzando un po’ le cose, mi reco di nuovo al campo per sentire se ci sono novità. Il Maggiore mostra di essere un po’ seccato per il fatto che io sia ritornato e ribadisce che sarà lui a comunicarci la risposta. Torno a casa a comunicare il risultato dell’impresa al resto della compagnia. Verso le due del pomeriggio arriva la notizia che la nave non può prenderci a bordo, presumibilmente, come sapremo dopo, perché la Navy hal’ordine tassativo di non prendere donne a bordo per inconvenienti verificatisi in precedenza. Alle 3 con Sr. Filomena mi reco di nuovo al campo per una ulteriore chiarificazione. Ci viene ripetuto dal Maggiore quello che ci era stato già comunicato.

Su due piedi si decide di andare ad Harispur dall’U. N. O. per vedere se con il suo intervento è possibile trovare un posto per sulla Navy ship. Quando arriviamo al quartiere della Upozilla, vediamo che è in corso una manifestazione di studenti, che reclamano il proseguimento del relief. Ci rechiamo dall’U. N. O., il quale ci accoglie molto benevolmente e quando gli diciamo la ragione per cui siam venuti da lui, ci ripete quello che già ci è stato detto e cioè che la Navy non prende donne a bordo. Nel frattempo arriva anche l’O. C., evidentemente chiamato per fronteggiare la situazione di emergenza alla Upozilla. Ci saluta molto cordialmente. Gli diciamo il nostro problema e lui dice che domani andrà a Chittagong con una nave che parte da Gupta Char, minimizza le difficoltà che ci sono partendo con questa nave e ci invita ad andare con lui.

Intanto l’U. N. O. ha telefonato a sua moglie, che ci invita a casa per una benedizione (sic!) al bambino che è ammalato. Si va così a casa dell’U. N. O., che si trova nel quartiere della Upozilla, passando attraverso la folla tumultuante degli studenti. In casa veniamo accolti molto cordialmente. Con la signora U. N. O. c’è anche un’altra signora buddista. Ci siamo appena seduti che arriva anche un medico del medical team dell’ospedale, che si trova a Sandwip da quando è scoppiato il ciclone. E’ un tipo che si dà delle arie, che non apre bocca se non per parlare in inglese ed io sistematicamente gli rispondo in bengalese. Dopo la cerimonia del tè, ci congediamo dalla signora U. N. O., che, da parte sua, ci sconsiglia di partire con la nave da Gupta Char. Particolare interessante è che nella casa U. N. O. eravamo come un piccolo summit religioso, in quanto con noi il medico, un musulmano, la signora U. N. O., hindu e l’altra dama di compagnia, una buddista.

Sulla via del ritorno ci fermiamo all’ufficio della Caritas, dove comunichiamo la nostra decisione di partire domani con la nave da Gupta Char. Anche Flavian, il responsabile locale, verrebbe con noi domani. La sera sistemiamo le cose con il responsabile d Nigera Kori. Lo ringraziamo per l’ospitalità e lasciamo 6 mila taka (=cento dollari) come compenso dell’ospitalità ricevuta. Il signor Thakur dapprima si schernisce e non vuole accettare, ma poi intasca e si sbottona un po’ parlando della sua posizione in Nigera Kori: la maggior parte dei membri è musulmana e lui è praticamente isolato e molto contrastato; ci svela il proposito di lasciare Nigera Kori e trovarsi un’altra attività. Sua zona di provenienza è Bogra, nel Nord del Bangladesh; sembra un bravo ragazzo, che, pur in mezzo alla sfibrante attività di questi giorni, ci ha mostrato sempre grande deferenza, nascondendo nel sorriso le varie pressioni che gli vengono dagli altri per la nostra presenza qui a Nigera Kori.

 

11. 6. 91.         Piove senza sosta tutta la notte e ci alziamo che piove ancora. Da alcuni giorni per la zona di Chittagong la radio continua a dare il segnale di pericolo N°1, ma alcuni dicono che in effetti nella nostra zona il segnale di pericolo è il N°3. Poco dopo le 7, vediamo arrivare dalla parte di Harispur l’O. C. in ricksaw diretto a Gupta Char. I tre ricksaw che porteranno anche noi sono pronti e si parte. Una spaventosa coltre nera copre il cielo e diluvia. Per ogni ricksaw ci sono due uomini: uno davanti che tira e l’altro dietro che spinge.

Il primo tratto di strada un tempo era asfaltato con un sistema tecnico molto robusto: sotto ci sono i mattoni, sopra un sostrato di koa (breccia di mattoni) cementato e legato assieme con il ferro e sopra infine l’asfalto. Ma la strada ora appare scardinata. L’asfalto è del tutto scomparso; qua e là emergono spuntoni di ferro da cui bisogna guardarsi e, in complesso, la strada è tutto un susseguirsi di fosse, che, essendo ripiene di acqua, non lasciano individuare quanto profonde siano. Intanto l’acqua precipita giù senza tregua. Passando per i centri abitati, la gente ci guarda divertita, conciati come siamo e perché stranieri. Ad un tratto la strada è interrotta da una grossa buca. I ricksaw scendono nell’acqua uno alla volta mentre tutti gli altri spingono.

Si passa dinanzi al centro di distribuzione del materiale di relief di Nigera Kori: nonostante la pioggia battente, c’è sempre calca e ognuno aspetta pazientemente il suo turno. Finisce il tratto di strada per così dire paka (fondo stradale solido) e le ruote del ricksaw affondano nel fango. Si avanza comunque, intanto perché i ricksaw, per così dire, sono a due motori e poi perché, in superficie c’è uno strato di sabbia che impedisce al fango di aderire alle ruote. Ci troviamo a raccontare scene che hanno dell’incredibile e che, se non si vedono, diventa difficile perfino immaginarle. Ai due lati della strada sono ancora troppo palesi i segni della distruzione. In particolare, il lato destro della strada, per un lungo tratto, doveva essere occupato da un bananeto: tutto appare come se di lì fosse passato uno di quei grossi caterpillar che abbia di proposito scardinato tutto.

Finalmente, dopo quasi ore, percorse in questo modo e nel tentativo inutile di proteggersi dalla pioggia che cambia continuamente direzione secondo le bizze del vento, si intravede la fascia costiera: sembra davvero una trincea di guerra dopo la battaglia. Fanno spicco le tende militari e di altro colore, donate come rifugio provvisorio. Questo è Gupta Char. Emergono anche alcuni edifici senza porte e finestre, che rendono ancora più spettrale il quadro. Appaiono all’orizzonte anche due navette. La prima che si vede è arenata sulla spiaggia: evidentemente sbattuta lì dalla furia del ciclone. L’altra è ancorata al largo e dovrebbe essere quella che prenderà noi a bordo. Scendiamo dai ricksaw mentre continua a battere insistente la pioggia.

Muoversi a piedi nel fango non è così agevole. Si avanza lentamente per non rotolare a terra. La comitiva non è affatto depressa dalla situazione e, rincontrandoci, ci si sorride  e quel sorriso sembra sottintendere la frase: “Ma siamo proprio matti!”. Le due bengalesi sono bagnate fradice, ma hanno l’ombrello dentro la borsa. Dietro di noi c’è anche l’O. C., che con la sua aria un po’ spavalda sembra dire: coraggio, non temete, ci sono io! Ma avremo modo di constatare presto come cambierà questa sua baldanza di galletto. Sono lì pronte le barche che ci porteranno a nolo verso la nave. Ma prima bisogna assicurarsi che la nave parta. Così un uomo dell’O. C. sale in barca e si dirige verso la nave. Tutti siamo fermi sull’argine in attesa della risposta. Io mi inoltro nella spiaggia. Da lontano le onde dell’Oceano sembrano di poca entità, ma mano che ci si avvicina le proporzioni cambiano. La barca che si è spinta al largo, infatti, viene sballottata e la si vede in balia delle onde. Non riesce a raggiungere la nave e viene sospinta lontano, mentre i barcaioli cercano faticosamente di riguadagnare la riva.. Nel frattempo sulla nave è stata issata la bandiera rossa, segnale di pericolo ed evidentemente non salperà. Ci guardiamo in faccia: pazienza! Ma una cosa è certa, da questa parte non ritorneremo più, anche se dovessimo rimanere nell’isola.

Come era stato semplice raggiungere Sandwip, altrettanto difficile sembra ora lasciarla. E’ un gioco della Provvidenza anche questo e noi l’accettiamo dalle sue mani con buon animo. In nessuna parte del mondo penso appaia più evidente l’impotenza dell’uomo come in questo momento per noi nell’isola di Sanwip in questo giorno di luna mancante in cui sembra che tutte le cataratte del cielo si siano aperte.

“Benedite, acque tutte che siete sopra i cieli, il Signore! Benedite, potenze tutte, il Signore!”. Si riprende così la via del ritorno. I ricksaw sono lì che ci aspettano, i rickawala sono ancora più felici, perché il loro guadagno viene così arrotondato. Ripercorriamo a ritroso la strada da cui siam venuti, con i ricksaw che sprofondano sempre più nel fango. Per il resto, tutto è uguale a prima. La differenza è che, nel venire, la mente era già oltre l’isola ed ora ritorna a Sandwip, questo pezzo di terra isolato nello sterminato Oceano Indiano.

Concludiamo questa stupenda giornata con la celebrazione eucaristica. Oggi è la festa di S. Barnaba; il Vangelo ci riporta le parole di Gesù ai suoi discepoli: “Non portate con voi né oro né argento…” E la Parola di Gesù in questa situazione rimane il punto di riferimento più fermo, in questa malta di fango. Abbiamo tanti motivi per ringraziarlo, perché, nonostante le peripezie, attraverso cui siamo passati e soprattutto le precarie condizioni igieniche, in cui siamo venuti a trovarci, nessuno di noi ha mai avuto un malessere. Nella celebrazione chiediamo al Signore di renderci propizio il viaggio di ritorno che speriamo di effettuare domani.

Con questa luce nel cuore mi avvicino al gruppo e Sr. Filomena mi mostra una lettera di P. Bob arrivata

 

12. 6. 91.         Anche quest’oggi ci si alza con a speranza di poter partire. Per radio non vengono segnalati pericoli e ci sono ampie schiarite nel cielo. Celebriamo l’Eucarestia. Il testo del Vangelo di Matteo ci presenta Gesù che è la completezza della Legge e dei Profeti. I due Testamenti sono l’unico Testamento di Dio Padre, sancito nel Sangue di suo Figlio Gesù Cristo per opera dello Spirito Santo.

Verso le sette riprende a diluviare. Con Sr. Filomena faccio un salto a Rahamatpur nella sede della Caritas per avere notizie certe sulla venuta dello steamer. Flavian manda uno dei suoi uomini e ci dice di aspettare fino alle nove per avere una risposta. Mentre siamo lì in attesa, c’è gente fuori che continua ad importunare per avere aiuto: dappertutto è così, in tutti gli uffici delle N. G. O. e in quelli governativi. Torna l’uomo con la notizia che lo steamer arriverà verso mezzogiorno. Risaliamo in fretta in ricksaw per informare il resto del gruppo rimasto in casa, prendere le nostre cose e ritornare all’ufficio della Caritas in attesa che arrivi lo steamer. E’ mezzogiorno e ci dicono che che lo steamer è arrivato. Si va verso Harispur dove c’è il posto d’imbarco. Intanto il tempo si è messo al bello e non piove più. Con noi ci sono Flavian ed un altro impiegato della Caritas, un certo Roton, un hindu; anch’essi viaggeranno con noi.

Arrivati sul posto d’imbarco, ci accorgiamo però che non c’è lo steamer che ci era stato annunziato e neppure si vede all’orizzonte. In compenso, vediamo che è lì all’ancora una ship della Navy, che, ci vien detto, parte nel pomeriggio. Si vedono infatti in giro dei marinai che devono essere imbarcati. Ci dicono che la nave partirà quando un’altra navetta, che è andata a prelevare altri marinai ad Urir-Char, sarà di ritorno. Quando? Non si sa con precisione.

Intanto, mentre mi avvio verso Sr. Filomena per dirle se è il caso di abbordare qualcuno della Navy e chiedergli di prenderci a bordo, mi accorgo che lei ci ha pensato prima di me ed era già pronta per effettuare la richiesta. Proprio in quel momento, infatti, arriva in ricksaw un tale, che, dall’apparenza, sembra il capitano della nave: barba e una serie di galloni sulla giacca blue della divisa. Sr. Filomena lo affronta e senza reticenze gli chiede se prende a bordo noi cinque e i due della Caritas. Il capitano risponde benevolmente e dice che quanto prima ci farà conoscere la risposta: ovviamente, dovrà consultarsi con qualche altro. Ad ogni modo tutto sembra far sperare bene.

Ci predisponiamo ad aspettare come fanno tutti gli altri. Fino a quando? Nessuno sa dirlo neppure per approssimazione. Ma questo per noi non è importante, quello che ora conta per noi è di poter salire su qualche nave che ci porti a destinazione. Adesso il sole, che da diversi giorni non si vedeva più, splende nel cielo e scotta e ci asciuga i panni umidi che abbiamo addosso. Io mi apparto un pochettino dalla folla per leggermi qualche brano della Seconda Lettera ai Corinzi. Mi colpisce particolarmente la finale del cap. IV: “E Dio che disse: Rifulga la luce nelle tenebre! Rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza del volto di Cristo”.

Con questa luce nel cuore mi avvicino al gruppo e Sr. Filomena mi mostra una lettera di P. Bob arrivata all’indirizzo di Nigera Kori per noi. La lettera è molto bella ed un attestato di fraternità arrivato in un momento in cui ci sembra di essere in balia degli eventi e ci ricorda che Dio ci conduce per mano. L’attesa dura fin dopo le quattro. Finalmente vediamo che la gente della Navy si muove e ci muoviamo anche noi con loro. Avevo appena finito di leggere il versetto di Isaia, riportato nella II ai Corinzi all’inizio del cap. VI: “Al momento favorevole ti ho esaudito”.

Si va verso un canale, dove dei grossi barconi stanno scaricando materiale di relief. Saranno questi barconi a portarci verso la ship della Navy. Per fortuna non piove ed il mare non sembra tanto mosso. Parte il primo barcone pieno di militari. Poi saliamo anche noi e così incomincia la nostra avventura in oceano aperto. Ci accostiamo alla nave e non è certo agevole salire a bordo: si viene tirati da sopra e spinti da sotto, proprio come sacchi di patate. Particolarmente disagevole è per le Suore. Ma, nel contesto in cui siamo, tutto sembra in perfetta regola e come la cosa più naturale di questo mondo.

Appena a bordo, non si parte subito, perché la nave sta caricando materiale di relief: sacchi di riso e di patate, destinati, sembra, a Nigera Kori. Una mezz’ora dopo il cielo si rabbuia di nuovo in maniera paurosa. Siamo condotti in coperta. Il nostro posto è una specie di salotto a poppa della nave, abbastanza confortevole. Appena dentro, incomincia il diluvio, che ci accompagnerà per tutta la traversata. Bisogna chiudere gli oblò e l’aria si fa subito asfissiante e ne risentiamo un po’ tutti. Alle 17.15 la nave finalmente salpa.. Man mano che prende il largo, il dondolio aumenta. Anche se non è stato segnalato alcun pericolo, il mare è rabbioso, le onde sono spaventose e si abbattono paurosamente sul corpo della nave che sembra spezzarsi in due da un momento all’altro. Ad un certo momento si sente il rumore di vetri che si frantumano. Evidentemente si tratta di oggetti che non erano stati assicurati bene e che perciò erano volati via andando in pezzi. Ma noi ci guardiamo in faccia con un tantino di spavento perché pensavamo al peggio.

Più distrutte di tutti sembrano Sr. Martha ed Atonia, che si sono accasciate sul tavolo con tutto il peso del loro corpi abbastanza pesanti. Evidentemente sentono nausea, mal di testa ed hanno conato di vomito. Anche Sr. Filomena e Sr. Emilia hanno i medesimi disturbi, ma la loro reazione è dignitosa. I marinai a bordo sono gentili con noi. Uno di loro che è di Jessore, ad un certo momento, mi si avvicina e, molto circospetto, in maniera che i suoi colleghi non lo sentano, mi mostra una lettera e mi chiede se conosco P. Garello, con cui è in corrispondenza epistolare. Aveva cominciato con P. Ernesto. E’ musulmano e vuole farsi cristiano, anche se è consapevole che questo gli renderà la vita difficile. Mi prega di portare i saluti a P. Garello. Cosa che io gli assicuro.

Ad un certo punto la calma torna quasi per incanto. La rabbia del mare cessa. Apriamo gli oblò: torniamo a respirare aria genuina, tutti ci rianimiamo. Si intravedono le luci: sono le luci sfolgoranti delle navi ancorate al porto di Chittagong. Siamo arrivati! Deo gratias. Sono quasi le nove di sera: la traversata è durata circa quattro ore. Il punto più vicino dell’isola dicono che disti solo 12 miglia da Chittagong. Evidentemente la nave segue un’altra rotta.

Ci apprestiamo a scendere tutti felici e pieni di gratitudine al Signore, che ci ha protetti con la sua mano in questa parabola di esperienza davvero unica: non abbiamo dato niente tranne le medicine che Sr. Emilia si era portate dietro nella sua borsa; siamo stati presenti il più che abbiamo potuto e fin dove siamo potuti arrivare tra la gente, parlando con loro e vedendo dalla rovina e dal dolore riemergere la Speranza. A noi penso non potesse esserci richiesto altro.

Siamo approdati alla base navale, dove sono all’ancora due fregate della marina bengalese. Scendiamo a terra, passando attraverso di esse… Un Tempo (furgone-taxi) ci porta a destinazione: le Suore al convento delle RNDM Sisters ed io alla Bishop’s House. Son le 10 di sera: stanchi e una gran voglia di dormire. Domani, festa di S. Antonio, decidiamo di prenderci una giornata di riposo a Chittagong. Per Dhaka si ripartirà il giorno successivo.

 

 

PARTE II

NOTE DI VIAGGIO: IMPRESSIONI E RIFLESSIONI SU FATTI E PERSONAGGI.



IL PERSONAGGIO BOB.                
Lo avevo incontrato tanti anni fa, ma di lui non ricordavo più neppure la fisionomia. La prima impressione che ho ricevuto da lui, incontrandolo a Sandwip è stata quella di un uomo libero, dotato cioè di quella libertà propria dei figli di Dio. Si muove con una bicicletta presa in noleggio di giorno in giorno. Contratta i ricksaw e non si arrende finché non ottiene il prezzo normale degli altri bengalesi. In una ventina di giorni che è stato qui, ha girato dappertutto e tutti lo salutano e lui risponde. Con il suo accento pronunciatamente americano, egli risponde a tutti e non si preoccupa affatto del modo con cui magari la gente si diverte alle sua spalle, come di solito fanno i bengalesi con gli stranieri.

Fin dall’inizio ha fatto parte del team della Caritas, facendosi accettare pienamente e divenendo anzi l’animatore e l’ispiratore del gruppo, come si è potuto chiaramente vedere nel giorno di addio: lo chiamano affezionatamente Bob bhai! E cioè fratello Bob! Ho avuto una sola occasione di scambiare punti di vista con lui. P. Bob, dei Missionari di Mary Knoll (una fondazione irlandese), è in Bangladesh dal 1975. In precedenza era stato nelle Filippine. Vive al Nord, tra i Musulmani. Non ho chiesto precisamente come svolge la sua attività. Quello che ho potuto percepire è che lui è contrario a strutture di Chiesa parallele a quelle governative. Secondo il suo punto di  vista, noi dovremmo agire attraverso le strutture governative presenti dappertutto nel paese. Circa l’aiuto ai malati, per esempio, per i quali spende gran parte del suo tempo, egli si serve delle strutture governative e se ne dimostra soddisfatto, dicendo che medici ed ospedali tantissime volte hanno curato gratis i suoi ammalati.

Ho avuto con lui una battuta, che meritava un approfondimento, ma non c’è stato tempo. Ho detto che l’unica ragione che può spiegare la nostra presenza in Bangladesh è una ragione di fede. Io sono stato specifico intendendo la fede in Gesù  Cristo, Figlio di Dio. Su questo punto penso che la sua visione si diversifichi e confini in quella parte della teologia, che è portata ad essere geocentrica. Ma i nostri punti di vista non hanno avuto modo di esplicitarsi compiutamente. Ciao, Bob bhai! al nostro prossimo incontro, che sia però fuori dello spessore di un ciclone.

 

PERSONAGGI DEL NOSTRO GRUPPO: DUE PER VOLTA.

 

A. – LE DUE INFERMIERE DEL FATIMA HOSPITAL: Sr. MARTHA ED ANTONIA.  
Al vederle fin dal  giorno, in cui siamo partiti, con i loro bagagli ed i loro vestiti, sembra che vadano per un viaggio di piacere e non si rendono conto di dove si va e di quello che le aspetta. Appaiono demotivate e questo emerge subito quando ci troviamo immersi nella realtà di Sandwip.

Loro pensavano di fare qualcosa, magari distribuire medicine ai malati, come sono abituate a fare all’ospedale. E invece qui si tratta di fare niente, perché sono già tanti quelli che fanno. Si tratta non di fare qualcosa fuori di noi, ma di dare qualcosa di noi stessi: essere presenti tra la gente, stare con loro, ascoltarla, far capire che siamo solidali con loro soffrendo qualcosa sulla nostra pelle. Daremo anche quelle poche medicine che abbiamo portato con noi, ma questo è molto marginale e vale solo se c’è il resto della sostanza. Tra l’altro, Sr. Martha non ha portato con sé né la Bibbia né alcun altro libro di preghiera. Come faccia a pregare, è un mistero. Ma, da quello che appare, senza voler giudicare, non penso che questa sia una cosa molto importante per lei. A tutto il resto infatti ha pensato: mangiare, vestire, ecc. Evidentemente queste sono cose importanti che non si dimenticano.

Però, dopo le frustrazioni dei primi giorni, man mano che si entra in situazioni difficili e si parla fra di noi, qualcosa cambia dentro di loro, anche se evidentemente hanno una voglia matta di tornare indietro. La molteplicità dei disagi e la difficoltà delle situazioni, in cui siamo venuti a trovarci, insieme allo spirito di pieno abbandono e di fiducia nel Signore, con cui si è cercato di vivere tutti gli avvenimenti, penso che abbiano contribuito a trasformare questi giorni passati a Sandwip in una esperienza indimenticabile della loro vita, che  per tanti altri aspetti ancora ha arricchito la loro personalità.

 

B. – Sr. FILOMENA E Sr. EMILIA: UN CAPITOLO A PARTE.               
Sr. Filomena con i suoi 30 di Bangladesh, celebrati proprio a Sandwip, e Sr. Emilia sono un capitolo a parte. Dall’inizio alla fine, mi hanno profondamente edificato. Sr. Filomena è stata un po’ la locomotiva del gruppo, sempre pronta a captare gli umori dentro e fuori di noi, a farsi promotrice di iniziative e a stimolarci un po’ tutti.

Sr. Emilia sempre serena, tranquilla, sorridente, presente dappertutto, senza mai tirarsi indietro, ma anche con gli occhi aperti su tutto, pronta a intervenire con qualche battutina umoristica, che faceva emergere una particolare situazione. Con suore come loro è un piacere lavorare e si può andare anche oltre Sandwip. Le loro motivazioni di fede sono profonde ed emergono al tempo giusto come qualcosa di naturale ed hanno il sapore delle cose dello Spirito.

NIGERA KORI: L’N. G. O. CHE CI HA OSPITATI A SANWIP.               C’è da dire che se siamo a Sandwip e abbiamo potuto restarci per quasi dieci giorni, questo è perché Nigera Kori ci ha ospitati. In precedenza questa N. G. O. era stata segnalata da P. Bob, quando P. Tedesco, Fr. Gamba e Sr.Filomena si erano recati a Chittagong per sondare le possibilità di lavoro a Sandwip.

Questa N. G. O., operante in molte zone del Bangladesh, ha il suo quartiere generale a Dhaka come tutte le altre N. G. O. La sua origine è legata ad un certa Carol, una canadese operante in Bangladesh negli anni ’70. Non ho informazioni precise sui suoi scopi e attività, ma sembra che si muova soprattutto a livello di villaggio, promuovendo somity ed iniziative di lavoro, miranti alla self-sufficiency, da cui il nome Nigera Kori (fare da sé). E’ appoggiata ad organizzazioni straniere, soprattutto Olandesi e Canadesi. A Sanwip è presente fin dal ciclone del 1985. Ha il acquartieramento ad Haramia in una costruzione a due piani, presa in affitto, dove siamo stati ospitati anche noi in questi giorni. Nell’isola dispone di 6 centri di distribuzione in 6 diverse Union: Harispur-Haramia-Shiberhat-Alborhat-Urir Char-Gupta Char. Ha in programma 3 mesi di relief. Per quel che riguarda la seconda fase di intervento, che è quella della ricostruzione, pare che non abbia ancora un piano preciso.

In un primo momento infatti si parlava della costruzione di 6 mila case del valore di 25 mila Taka (pressappoco un milione di lire). Ma ultimamente si parlava di mille case del valore di 10 mila Taka ciascuna. L’impressione che abbiamo ricevuta è stata di gente che ha lavorato senza sosta in questa situazione di emergenza e si vedono visibilmente affaticati per lo sforzo sostenuto. Quello che si nota è l’assenza di un organigramma: non si vede una cartina dell’isola, un quadro delle casualità occorse, degli interventi fatti e da farsi.

Nei nostri confronti sono stati abbastanza gentili, ma evidentemente ci hanno considerato un corpo estraneo, fino a farci capire, anche se indirettamente, che sarebbe ora che ce ne andassimo fuori dai piedi. Le ragioni? Ovviamente non sono palesi, bisogna cercare di indovinarle. Una prima ragione potrebbe essere quella che si sentissero un po’ controllati da noi, temendo magari anche un nostro eventuale report nei loro confronti. Un’altra ragione potrebbe essere di carattere logistico: il fatto che occupassimo due stanze creava loro dei problemi, perché ogni giorno c’era gente che veniva da Dhaka o da Chittagong e che bisognava perciò ospitare. Tutto sommato, l’impressione ricevuta è positiva e penso che Nigera Kori sia una N. G. O. con cui mantenersi in contatto e con cui collaborare nelle zone in cui è presente.

 

LA CARITAS A SANWIP.              
L’intervento della Caritas nella zona estesa del ciclone è stato sostanziale ed efficace. Il quartiere operativo è a Chittagong, dove c’è la sede regionale. Si nota subito come la Caritas abbia una lunga esperienza di intervento in situazioni del genere. Non appena, infatti, si entra nell’ufficio, appaiono subito manifesti i grandi cartelloni con le cifre del disastro, la documentazione fotografica, le zone di operazione scelte, interventi effettuati, materiale distribuito, ecc. Il personale, cominciando dal Direttore Regionale, è stato molto attento a noi, apprezzando il significato della nostra presenza e mettendoci a disposizione addirittura una jeep per i nostri spostamenti a Chittagong.

Anche la Caritas è presente a Sanwip dal ciclone del 1985. Durante il primo mese di emergenza era presente nell’isola con un team di 35 persone, molte delle quali provenienti dalla capitale Dhaka. L’intervento della Caritas a Sandwip è stato molto tempestivo e molto apprezzato dia dalle autorità locali sia dalla gente. Al nostro arrivo, il team cominciava a dare segni di stanchezza, perché aveva operato in condizioni di estremo disagio e, praticamente, senza tregua, notte e giorno. La Caritas ha sospeso l’intervento di relief e pensa al programma di riabilitazione. Uno dei punti forti nei suoi programmi è la costruzione di due grandi rifugi, Ciclone shelter in punti strategici dell’isola.

 

AGENZIE DI RELIEF: PRO E CONTRO.               
I primi giorni dopo il disastro devono essere stati terribili, da quanto si è sentito raccontare, perché l’isola era andata tutta sotto acqua ed i primi soccorsi sono letteralmente piovuti dall’alto, dagli aerei e dagli elicotteri mentre erano in volo. Abbiamo sentito con i nostri orecchi che tanti sono morti proprio mentre andavano a raccogliere i soccorsi, colpiti dai pacchi che piovevano dal cielo. Poi l’assistenza è cominciata ad organizzarsi e le varie agenzie e associazioni governative e non governative hanno cominciato a programmare e a dividersi i compiti e le zone di intervento.

Quando siamo arrivati noi, il relief era ancora in pieno svolgimento. In ogni villaggio era dato di vedere file interminabili, che andavano avanti dal mattino alla sera dinanzi ai centri di distribuzione. Poi, qualche associazione, come la Caritas, ha chiuso, altre vanno avanti con un programma di tre mesi. L’impressione complessiva è che di materiale ne è stato distribuito tanto e tutti abbiano ricevuto. Eppure giorno dopo giorno si incontrava gente che diceva di non aver ricevuto niente: Amra kicciu pai ni! Commentando questa espressione, gli stessi bengalesi dicevano: “Questa è la nostra indole (shobhab), noi siamo fatti così, dobbiamo sempre lamentarci!”

 

P. Antonio Germano




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