Bangladesh, Chuknogor
marzo, 2009


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Carissima Antonietta,
Ho appena letto sul tuo sito “Duronia” l’appello da te rivolto a tutti i Duroniesi sparsi per il mondo perché si sentano coinvolti nella costruzione della chiesa per i fuori-casta di Chuknogor. Ne sono rimasto commosso e con questa lettera voglio ringraziare te e tutti gli amici Duroniesi, che sentono come propria questa opera che io mi appresto a realizzare a nome di tutti voi. Il Signore benedirà il nostro sforzo comune, espressione tangibile di quella fede che affonda le sue radici proprio a Duronia.

Oltre la chiesa, prevediamo anche un’altra struttura organica con aule scolastiche, piccola biblioteca, sala per incontri e computer room per venire incontro alle esigenze del nostro programma di coscientizzazione e di promozione umana. Proprio in questi giorni ne sto parlando con il vescovo e con il mio superiore regionale per finalizzare la cosa in maniera da poter iniziare i lavori prima della stagione delle piogge.

Ho appena concluso una serie di incontri in tutti i villaggi in cui siamo presenti con il nostro Tuition Program. Facciamo questo tipo di incontri all’inizio e alla fine di ogni anno scolastico. Sono momenti di coscientizzazione, a cui noi abbiamo dato sempre molta importanza. Sono presenti gli studenti e i loro genitori, papà e mamma. Ogni anno si affronta un tema diverso strettamente connesso con la loro situazione concreta. L’anno scorso, per esempio, abbiamo affrontato il problema del matrimonio in tenera età (ballo bibaho), così diffuso in questa società e che è un’autentica piaga nel mondo dei nostri fuori-casta. Alla fase di coscientizzazione segue di solito una linea di azione concreta per incrementare le decisioni prese.

Negli incontri di quest’anno, invece, abbiamo creduto opportuno insistere sulla necessità di creare aggregazione fra di loro per superare le divisioni, che sono la loro maggiore debolezza e offrono il lato agli altri gruppi di intervenire nei loro problemi. Con il pretesto di aiutarli, essi, in realtà, continuano a tenerli in uno stato di soggezione e cattività: la libertà dalla schiavitù non la regala nessuno, bisogna conquistarsela!

Di solito, in questi incontri, io prendo la parola alla fine, dopo che tutti hanno detto la loro. Quest’anno mi è venuta una ispirazione, che poi ho espresso con forte carica di convinzione ed ho potuto constatare con piacere che il mio discorso coglieva nel segno e veniva recepito. Ho esordito con una domanda che li ha colti di sorpresa. Ho chiesto alla mia gente: “Ci chiamano Rishi, Muchi, Dalit, Das, perché? Siamo stati noi a scegliere questo nome (mi includo nella domanda, perché anch’io ho assunto il nome Das) o sono stati altri ad appiccicarcelo? Evidentemente non siamo stati noi a scegliere il nome. Sono stati altri che ci hanno etichettato così. E perché ci hanno dato questo nome? Per ricordarci: Tu sei Das (=schiavo) e tale devi rimanere! (Tra l’altro, in lingua bengalese, dalla parola Das deriva anche Dasotto, che significa schiavitù). Adesso finalmente abbiamo aperti gli occhi e ci siamo accorti di questo trucco enorme perpetrato per secoli alle nostre spalle. Abbiamo iniziato una lunga marcia che ci porterà dalla schiavitù alla libertà…”

Qui naturalmente il discorso si fa molto più ampio e interessante, ma io chiudo qui per il momento per non annoiarti troppo. Avremo ancora modo di risentirci. Di nuovo un caro saluto a tutti, un grande grazie ed una benedizione dall’Alto.

P. Antonio Germano Das
Chuknogor, 16. 3. 09



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