TENTATIVO DI PARTECIPARE UN ANNO DI VITA AD ASHARBARI DI BAGACHARA

( Da una relazione fatta all’Assemblea Saveriana in Bangladesh nel Maggio 1992)


PUNTO DI PARTENZA (PREMESSA)
Il mio stare in Bagachara risponde al desiderio di attuare un tipo di presenza diversa, disarmata, tra i Rishi (leggi: fuori-casta Muci). Questo desiderio scaturisce dalla radice della nostra vocazione missionaria, che è quella di essere inviati ad Gentes, per annunciare il Vangelo di salvezza, portandosi dentro la certezza che il messaggio di Gesù è forza di Dio, che cambia le situazioni, nella misura in cui cambia il cuore dell’uomo. Sogni? Fantasia? Utopia? Può darsi, ma io sono contento di averli e nutrirli a 52 anni suonati e prego il Signore che me li conservi. Non è quindi un giudizio sugli altri modi di presenza: servizio pastorale nelle Comunità Cristiane, presenza di dialogo e promozione umana, presenza di testimonianza, verso i quali nutro grande rispetto e venerazione, convinto come sono della loro validità ed urgenza, non un giudizio quindi, ma solo affermazione che accanto a questi modi se ne debba tentare anche qualche altro diverso. Ma quale? Questo mio desiderio è ancora percepito a livello di intuizione o di ispirazione (se la parola non appare presuntuosa per usarla), ma come dargli corpo o come realizzarlo, dove e con quali persone o mezzi, è tutto ancora affidato al discernimento, alla preghiera, ad una fedeltà più piena a quel Gesù che voglio annunciare, ai suggerimenti e confronto con superiori e confratelli.

DUE TAPPE: I. CHUKNOGOR.
Rientrato in Bangladesh dopo l’anno sabbatico, in cui avevo cercato di spurgarmi dell’esperienza di Borodol (circa 12 anni!), non perché fosse stata un’esperienza negativa, ma proprio perché era tanto l’insegnamento che mi aveva dato (sotto questo aspetto, nella mia vita, la considero un po’ come la preistoria della missione), avevo espresso questa mia intenzione al Superiore Regionale, il quale si era mostrato molto favorevole e mi aveva dato carta libera. Gli avevo chiesto di stare inizialmente nella Comunità di Chuknogor tenendo presente la larga concentrazione di Rishi nella zona. A Chuknogor ero andato con l’idea di maturare questa mia intuizione cercando di verificarne la fattibilità, senza interferire nel progetto di Chuknogor, perché questa mia eventuale presenza si sarebbe dovuta realizzare in un’area che doveva risultare fuori dell’influsso di detto progetto.

II. ASHARBARI DI BAGACHARA
Dopo un mese e mezzo circa di permanenza a Chuknogor, ero venu a sapere che la mia presenza in quella Comunità era stata inspiegabilmente politicizzata. Non so come, si era sparso il sospetto che la mia presenza a Chuknogor faceva parte di un fantomatico piano strategico, concordato addirittura in Italia tra i PP. Paggi, Lupi ed il sottoscritto con l’intento di far saltare il progetto di Chuknogor, che aveva avuto una precisa configurazione con la presenza dei Padri Messicani Augustin e Flores. Quando riuscii a percepire tale sospetto, lasciai immediatamente Chuknogor per conferire con il Superiore, al quale dissi che in tale atmosfera non me la sentivo di stare un giorno in più a Chuknogor. Al Superiore ripetei quello che avevo già detto in precedenza e che cioè questo era il mio desiderio ed anche la mia convinzione: che a noi tocca trovare sempre nuovi sbocchi alla Missione e che tuttavia io non accampavo nessuna pretesa ed ero disposto a tornare a lavorare in una struttura parrocchiale o dovunque avesse voluto assegnarmi. Il Superiore, che dava pieno appoggio alla mia posizione, mi proponeva, come alternativa, di andare a Bagachara, nella Casa della Speranza (Asharbari), a stare con P. Gabriele Spiga. La proposta mi sembrava chiaramente piovuta dal Cielo, come indicazione di rotta e accettai volentieri, anche perché sapevo, in maniera molto vaga, che anche nella zona di Bagachara esistevano delle concentrazioni di Rishi. Così approdai ad Asharbari (la Casa della Speranza), accolto fraternamente da P. Gabriele. Il calore umano, il farmi sentire a mio agio ed una condivisione di vita di fede mi aiutarono subito all’inizio e mi sostennero nei mesi successivi.

RIPERCORRENDO I SENTIERI
Capitai ad Asharbari di Bagachara proprio nei giorni caldi della Guerra del Golfo (Gennaio ’91) e quindi in una situazione poco DEI PADRI (Gesuiti). favorevole per girare nei villaggi. Subito all’inizio mi era venuta l’idea di rileggere i Diari di Satkhira, soprattutto quelli dei Gesuiti, che documentavano le origini della Missione di Satkhira. Li avevo già letto in precedenza, stando a Borodol, ma adesso li riprendevo in mano con una prospettiva diversa, che teneva presente soprattutto la zona a North di Satkhira. Così da una prima rilettura sono passato ad uno studio sistematico e per poterlo fare ho fotocopiato i primi 4 volumi dei Diari, scritti a mano. E’ stata una cosa entusiasmante per me e lo studio è diventato una fonte di ispirazione. Ho costatato innanzitutto che quasi tutti i villaggi della zona, che va da Satkhira a Simulia, nei quali c’erano para di Rishi, seguendo la linea di demarcazione delle antiche diocesi di Calcutta e Krishnagor, erano stati visitati dai Gesuiti, che fecero la loro prima comparsa in zona nel 1917. Un’altra linea di percorso era quella del fiume Kopotakhi, che da Jhikargacha scende a Sud verso Borodol ed oltre. In molti di questi villaggi c’erano state delle adesioni al Cristianesimo, era iniziato un processo di evangelizzazione ed erano stati conferiti dei battesimi. Con questi dati alla mano mi sono messo anch’io sulla strada, ripercorrendo lo stesso itinerario, che era anche un itinerario di fede e di primo annuncio. Mi sentivo man mano quasi in obbligo di raccogliere quella eredità di fede, convinto che il Signore non poteva permettere che il sacrificio di tante vite spese per il suo Nome non avesse un seguito.

CRITERI DI RICERCA
Nel primo giro visitai 35 di questi villaggi, in 5 dei quali sono presenti ed operanti i Battisti. Girando mi sono reso conto che Kolaroa rimane il centro geografico della zona ed un nodo stradale imprescindibile. Già a suo tempo i Gesuiti volevano fare il centro della Missione.Poi scelsero invece Satkhira, che faceva da cerniera tra il Nord ed il Sud. Nell’ambito di trenta minuti, in moto, da Kolaroa è possibile raggiungere anche il villaggio più lontano. Le strade, salvo qualche eccezione, sono polverose d’estate e piene di fango nella stagionedelle piogge. L’intento era quello di una ricognizione topografica, vedere, cioè, dove erano collocati questi villaggi. Mi accompagnava nei viaggi Sebastian Mistri, un giovane cristiano di Goalchator, il quale mi è stato molto utile nel dedalo delle strade e stradine. Altro scopo che mi proponevo in questa prima visita era quello di ricavare un quadro di ogni villaggio: leadership, grado di istruzione, situazione socio-economica e religiosa. Presentarmi per la prima volta non è stata una cosa né ovvia né semplice, anche perché mi rendevo conto quanto potesse essere importante questoprimo impatto. Ma ho confidato nella forza del Signore che ho sentito sempre vicino. Andando e incontrando la gente, in genere, mi presentavo in questi termini: “So che una volta, più di 70 anni fa, eravate in contatto con noi; poi, per varie ragioni, questo contatto si è interrotto. Io vengo per vedere se ci siete ancora, cosa fate e se i vostri figli vanno a scuola. Per il momento io non ho nessuna proposta da farvi. Di una cosa però sono certo: non vengo di mia testa, è il Signore che mi manda e mi manda perché Lui ha un piano sopra di voi. Si tratterà di capirlo da parte mia e da parte vostra ed eventualmente dare una risposta”. Questo discorso generalmente veniva recepito e devo dire che in tutti i villaggi la gente mi ha mostrato simpatia e mi ha accolto ospitalmente. In alcuni villaggi mi sono anche fermato a mangiare, perché ripetutamente invitato. C’è stata una sola eccezione. Si tratta di Kashipur, una grossa para (=raggruppamento di case) di circa 200 famiglie, sulla riva destra del Kopotakhi, non distante da Senargati (villaggio cristiano), dove mi sono recato 3 volte, a distanza di tempo e ogni volta è stata una sorpresa. L’ultima volta, appena arrivato in moto, sono stato subito circondato da una folla di uomini, donne e bambini. Tra la folla si è fatto avanti un giovanotto, non istruito e molto dimesso nelle apparenze, il quale molto bruscamente e senza fronzoli mi affronta in pubblico, dicendo: “Che cosa sei venuto a fare qui? Non sarai mica venuto per farci Cristiani! Se questo è il tuo proposito, sappi che noi non ne abbiamo nessuna voglia”. Poi aggiunge: “Perché, invece di venire da noi, non vai dai Musulmani o da altri gruppi di Hindu?”. Io l’ho lasciato parlare, senza interferire, perché sapevo che questo villaggio aveva avuto una incresciosa esperienza con i Battisti, i quali si erano presentati a loro qualche anno prima con l’intento di farli subito Cristiani, imponendo la condizione di distruggere il mondir (=tempietto) e le statue e di bruciare le immagini delle loro divinità. Io l’ho lasciato sfogare in questa sua legittima collera. Poi, molto pacatamente, ho esposto le ragioni che mi avevano spinto fino a loro. Mi hanno ascoltato con attenzione. Nel frattempo la folla era aumentata. In definitiva, l’incontro, così brusco all’inizio, si è rivelato poi veramente segnato dalla presenza del Signore. Terminato il primo giro di ricognizione, sono poi tornato una seconda volta in ogni villaggio, per completarne il quadro, indicandone anche la consistenza numerica delle famiglie e dei componenti stessi delle singole amiglie, raccogliendone anche i nomi. Anche questo secondo giro si è svolto serenamente e la gente ha risposto senza difficoltà alle domande proposte.

NOTE IN MARGINE ALLA RICERCA
Ovviamente la ricerca non presume di avere il carisma della completezza e i risultati evidenziati e proposti in queste pagine possono essere contestati, perché non rispondono ai rigidi canoni della ricerca scientifica, cosa che per altro esula oltre che dalla mia competenza, anche dall’intento di questo lavoro. Inoltre il quadro rimane circoscritto ad una zona geografica delimitata. Per me resta solo un tentativo, che si aggiunge ad altri, compiuti con maggiore competenza da altri confratelli e concernenti a ltre zone. Quello che purtroppo manca è un quadro d’insieme, cosa che auspico possa essere fatta il più presto possibile. Verso la fine, mentre mi avviavo a concludere la seconda visita ai villaggi, provvidenzialmente mi è capitato fra le mani un filo, che potrebbe rivelarsi un metodo interessantissimo per completare questo tipo di ricerca. E il filo è questo. In genere, nel mio piccolo, almeno, così ho potuto costatare, le spose provengono dai villaggi limitrofi. Ora, chiedendo il villaggio di provenienza della ragazza, si può ottenere una rosa geografica, che si potrebbe estendere a tutto il territorio che ci interessa.

FINALITA’ DI QUESTE PAGINE E DELLA RICERCA INCLUSAVI
Il lavoro è stato innanzitutto utile a me, perché mi ha messo con le spalle al muro costringendomi a riflettere seriamente e ad enucleare in sintesi il tentativo portato avanti durante un anno intero. In secondo luogo mi offre la possibilità di comunicare con quei confratelli, che magari si interrogano sul significato della mia presenza ad Asharbari di Bagachara. Il terzo intento è quello di chiamare un po’ a raccolta le forze che si trovano ad operare in quella che una volta si chiamava Linea Muci e che si era enucleata in un gruppo, che si radunava periodicamente. Il gruppo aveva un suo responsabile ed aveva fatto un certo cammino. Dall’inizio il responsabile era stato P. John Fagan. Senonché, per quello che a me risulta, da più di tre anni il gruppo, fficialmente almeno, non si è più ritrovato a confrontarsi insieme. Non è una scoperta il far rilevare che nel gruppo ci sono posizioni diverse e quindi proposte diverse, perché la diversità di posizione e di opinioni è una ricchezza. L’importante è che non si sia esclusivi, che si faccia camminare il discorso e si accolga radicalmente la diversità, dandole modo di esprimersi in modalità diversificate.

CONCLUSIONE E PROPOSTE
Concludendo questa fase di ricerca e prospettando degli orientamenti concreti, mi vengono in mente due proposte da sottoporre alla Comunità Saveriana ed eventualmente al Vescovo per un vaglio critico alla luce della fede e sotto la guida dello Spirito per venirne fuori con suggerimenti, correzioni ed indicazioni di scelte concrete.

PROPOSTA - A - : COMUNITA’ DI PRIMO ANNUNCIO A KOLAROA.
Tenendo presente il quadro della ricerca ed eventualmente allargandolo, perché tanti villaggi sono rimasti fuori, dare vita ad una comunità di primo annuncio, formata da Saveriani, ma aperta anche a laici, votati alla Missione e non stipendiati, con i quali si condivide il pane e la vita di fede. Inutile dire che a questa comunità potrebbero accedere anche quei giovani in prova che vogliono diventare Saveriani. La località dove risiedere è Kolaroa, che nel quadro risulta centrale, anche se la caratteristica di tale comunità dovrebbe essere quella della mobilità: stare di preferenza fuori, nei villaggi, e ritornare per confrontarsi, valutare, regare insieme, riconfortarsi e ripartire. In sintonia con il Parroco di Satkhira si dovrebbe trovare il modo di coinvolgere i villaggi cristiani incuneati nella zona. Il modo di essere e di agire deve essere diverso da quello usato nel passato (anche recente), in cui l’aiuto economico aveva un ruolo preminente. Come? E’ da vedere e studiare assieme. Il catecumenato, visto come scuola di vita, dovrebbe comunque rimanere il cardine di questa impostazione. Ma quello che soprattutto conta è avere tempi lunghi e non avere fretta, perché quello che si propone è un cammino di fede e non un prodotto commerciale.

PROPOSTA - B - : RESTARE AD ASHARBARI
La seconda proposta è che io rimanga con P. Gabriele ad Asharbari e continui a ripercorrere questi villaggi, per mantenerne i contatti ed eventualmente approfondirli, cominciando a proporre dove se ne intraveda la possibilità qualcosa di concreto su cui cominciare a costruire, lasciando da parte le scadenze e senza fretta, ma disponendo ragionevolmente di un arco di tempo (dieci anni, per esempio).

Bagachara, 25. 1. 1992,
giorno commemorativo della Conversione di S. Paolo.
P. Antonio Germano, S. X.

N. B. – Questa introduzione è seguita dalla survey (ricerca) su trenta villaggi Rishi (è il nome nobile dei fuori-casta della zona in questione, che, con senso di disprezzo, sono chiamati Muci). La ricerca non è riportata qui, perché scritta in Inglese. E’ disponibile comunque per chi fosse interessato all’argomento.

P. Antonio Germano.



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