TRA GLI "IMPURI" MI SONO PURIFICATO
p. Antonio Germano, sx


          Sono missionario in Bangladesh da 28 anni. Ringrazio il Signore per il bene che si è degnato di operare attraverso di me e invoco la sua misericordia per i miei tanti limiti che hanno impedito alla sua grazia di operare pienamente. Ormai, alle soglie della terza età, pensieri di eternità si affacciano sempre più frequenti alla mia mente: vivere intensamente il presente diventa in me gioiosa attesa per l'incontro con Dio.
Ripercorro velocemente gli anni della missione, per tentare un bilancio e mettermi in atteggiamento di ascolto, per dare una risposta di fede al momento che sto vivendo. Trovo in questa avventura di fede una costante che lega insieme tutti gli avvenimenti: l'entusiasmo per la missione, che si presenta sempre con nuovi risvolti e nuove sfide ed esige quindi da me una continua novità di vita.
          Il terreno della mia missione è stato quello degli ultimi, degli esclusi e, in particolare, coloro che - con termine legato alla tradizione millenaria di tutto il continente indiano - sono chiamati muci, per il mestiere dei loro antenati: quello di scuoiare carogne di animali (mucche, capre ed altro), ricavando magari anche un buon boccone dalle carni in via di putrefazione, conciarne le pelli e poi venderle a coloro che, senza sporcarsi le mani, ne ricavavano lauti guadagni. Questo mestiere, insieme ad altri, era ed è considerato ancora un affare impuro e imprime un marchio indelebile in chi lo esercita e nella progenie.
          Tra gli impuri ho vissuto 28 anni. Amandoli, mi sono purificato.


CONVINZIONI MISSIONARIE
LA CROCE, SCINTILLA DELLA MISSIONE
La facile tentazione del miracolo


          L'attività febbrile, l'illusione di risolvere i problemi immediati della povera gente, inventando iniziative e rincorrendo sempre nuovi progetti, possono far perdere di vista il vero orizzonte della missione. La tentazione di cambiare le pietre in pane è sempre in agguato. Si presenta come la soluzione più ovvia, che però può completamente svuotare dall'interno il vero senso della missione. Il Signore mi ha aperto gli occhi in tempo.
          Al termine dei 12 anni di un'attività che non ha conosciuto soste a Borodol, l'anno sabbatico è stato per me un autentico momento di grazia. Ho avuto tempo per pregare, per confrontarmi con altre realtà, per guardarmi un po' indietro e valutare, con maggiore distacco, quello che era stato il mio modo di fare la missione. La missione, infatti, si rinnova nella misura in cui si è attenti a cogliere gli impulsi della grazia. Ho rafforzato alcune convinzioni missionarie. Le espongo brevemente.


Ascolto di Dio e ascolto dell'umanità


          La missione è la risposta sempre attuale alla chiamata di Dio, che non si esaurisce mai in una sola istanza. È un atto di fede, che però non può mai essere dato per scontato. La missione, infatti, ha una duplice dimensione: l'ascolto di Dio e l'ascolto dell'umanità. Luogo privilegiato dell'ascolto di Dio è la preghiera; l'ascolto dell'uomo ci rende capaci di affinare la sensibilità per quelle che sono le sue esigenze più vere. L'incontro di queste due linee, all'interno della nostra anima, fa scoccare la scintilla della croce, che sola può dare origine alla missione.
          È finita l'era del protagonismo, che in parte aveva contagiato anche me; i navigatori solitari sono un anacronismo e non fanno certo avanzare la missione. A livello personale, il missionario deve sempre più risalire alla sorgente per attingere forza e non correre il rischio di diventare insignificante. A livello di comunità di missionari, occorre una risposta corale che faccia trasparire la gioia e l'entusiasmo della missione attraverso le note dell'affidabilità e della trasparenza.

Due icone e due personaggi della bibbia


          In questo contesto personale e comunitario della missione, le due icone bibliche che trovo più consone sono:
          • da una parte, quella della trasfigurazione: Gesù che prega intensamente, accetta l'esperienza della sofferenza e scopre la predilezione del Padre;
          • dall'altra, quella della prima comunità cristiana, come viene proposta dai primi capitoli degli Atti degli apostoli: una comunità che trova la sua origine e la sua convergenza nell'Eucaristia.
          Nel riflettere sulla mia esperienza passata, faccio volentieri riferimento anche a due personaggi biblici: Mosè ed Elia. In qualche modo, vedo me stesso riflesso in loro, trovandoli paradigmatici anche per la mia vita missionaria. Infatti, sia in Mosè sia in Elia, sono chiaramente visibili i due momenti che mi piace identificare con i termini di preistoria e di storia. Il punto discriminante per ambedue è dato dall'incontro con Dio: nel deserto per Mosè e sul monte Oreb per Elia. La prima fase - la preistoria - si conclude per tutti e due con la fuga, e cioè con il fallimento; invece la seconda fase - la storia - porta alla liberazione, perchè si basa sulla forza di Dio.


ATTO PRIMO: BORODOL
MI CHIAMANO “PADRE DEI MUCI”
L'incoscienza della missione solitaria


          La popolazione del Bangladesh è in stragrande maggioranza musulmana. L'islam è definito e creduto come la religione della fratellanza, perchè tutte le creature sono eguali davanti ad Allah. Nonostante questo principio di fede, la stratificazione culturale di casta, sotto-casta e fuori-casta segna ancora profondamente la società bangladeshi. Persino la distribuzione logistica della popolazione rispecchia questa struttura mentale. Nel villaggio, il fenomeno è ancora ben marcato e visibile. Così, per esempio, nella configurazione dell'area abitata, il quartiere dei muci occupa sempre la zona più malsana e a rischio, e spesso manca anche la strada di accesso. Questa situazione umana meriterebbe di essere considerata in dettaglio, ma non è questo il luogo per farlo.


Il fiume della mia vita missionaria


          La scelta dei Muci ha caratterizzato fin dall'inizio la mia attività in Bangladesh ed è rimasta una costante negli anni successivi, fino al punto da venir identificato come mucider father - “il padre dei muci”. Tutto cominciò con quei 12 anni di immersione proprio nella realtà di Borodol sulla riva del Kopotokko, diventato il fiume della mia vita. Dodici anni senza elettricità, al lume della lampada a petrolio, senza telefono, come catapultato in un mondo fuori della storia. Dai miei appunti di diario, in data 30 settembre 1979, leggo poche righe di assaggio: “Questo fine settembre se ne va e si porta via il mio 40imo compleanno: coscienza di debolezza, in questo posto di guardia, al limite del coraggio e dell'umana possibilità. Può Dio colmare questa solitudine? Mio Dio tu sei tutto per me e il mio timore è soltanto per la mia debolezza, e non certo per te”.
          Nella parabola della missione, penso all'attività tra i fuori-casta di Borodol come alla preistoria della mia missione. Dopo un anno dal mio arrivo in Bangladesh, terminato il corso di lingua, mi fu chiesto di andare a Borodol a riaprire quella missione che era rimasta chiusa per otto anni: un'avventura fallimentare. Devo ammettere che ci fu un po' di incoscienza anche da parte mia: accettavo pur sapendo che sarei rimasto a lungo da solo, senza la possibilità di essere introdotto nell'ambiente da un veterano, e quindi senza la possibilità di un confronto. Ma tant'è, la missione a volte si nutre anche di un pizzico di incoscienza.


L'illusione di un sogno avverato


          Vi arrivai la prima volta su una barca a remi, sulla quale avevo caricato tutte le mie masserizie, partendo dalla più vicina missione, quella di Satkhira, con una traversata durata 11 ore. A mie spese ho imparato i trucchi dei fiumi a sud del Bengala: si parte con la corrente favorevole e poi, per il fenomeno dell'alta e bassa marea, ti trovi con la corrente che ti sospinge indietro.
          Le prime impressioni sono quelle che rimangono dentro e riemergono appena si apre la stura dei ricordi. Arrivavo a Borodol con lo slancio missionario di chi ha atteso a lungo il momento per realizzare il sogno di annunciare il regno di Dio e il vangelo. Mi trovavo finalmente sul campo e tutti sarebbero stati lì pronti ad ascoltarmi. Grande illusione e primo impatto con una realtà sconcertante, che d'allora in avanti avrebbe costituito la vera sfida alla mia pretesa missionaria! Lo spettacolo che mi si presentava era quello di un ammasso di capanne (il quartiere dei cristiani), addossate le une alle altre, più simili a tane di animali che ad abitazioni. Dentro e fuori le capanne, la gente - i miei muci - che pur diventati cristiani, non erano comunque riusciti ad affiorare a uno stadio di vita più umano. Anche se le situazioni di miseria si rivelano identiche in tutte le latitudini, quella che si presentava a Borodol a me appariva unica e mi interpellava fortemente.
          Quale missione? Quella della Parola o quella del Pane? Non c'era tempo per molte discussioni e le scelte s'imponevano con urgenza. Mi viene in mente il suggestivo monito di Bonhoeffer, il teologo tedesco assassinato dai nazisti nel 1945: “Noi cristiani non potremo mai pronunciare le parole ultime della fede, se prima non avremo pronunciate le parole penultime della giustizia, del progresso e della civiltà”. Un messaggio antico quanto il vangelo.


Un villaggio nuovo, rubato al fiume


          Non mi ci volle molto per individuare alcune direttrici di marcia, sulle quali mi sarei mosso. Occorreva anzitutto creare uno spazio vitale e permettere alla gente di diradare le loro capanne e costruirle in ambiente più sano. Per la realizzazione di questo sogno ci venne incontro il fiume, che si rivelò una vera benedizione. Ogni anno infatti il fiume si trascina dietro una grande quantità di detriti alluvionali, mentre la corrente corrode da una parte e accumula dall'altra. Noi ci trovavamo sulla sponda favorevole e questo ci permise di strappare al fiume una lunga fetta di terra. Con formale richiesta al governo, attraverso una procedura lunga e snervante, ne ottenemmo la proprietà. Lungo la sponda del fiume costruimmo un argine lungo 500 metri, per proteggere il terreno. Lo spazio ricavato è stato riempito e rialzato con terreno prelevato dal letto del fiume, lasciando liberi alcuni tratti, trasformati in piccoli laghi, i cosiddetti pukur, utili per la pesca e per dare alla gente la possibilità di fare il bagno in acque pulite (nel fiume non ci si bagna, per la presenza di squali).
          Chi va adesso a Borodol non può rendersi conto delle trasformazioni avvenute. La scuola e il centro del cucito, per esempio, sorgono là dove una volta c'era il letto del fiume. Ma è meglio che mi fermi qui, per il momento, perché questo è solo l'inizio di ...un lungo romanzo.


IL VANGELO TRA GLI ULTIMI


          I muci del Bangladesh sono sparsi un po' su quasi tutto il territorio, perché i lavori da essi svolti sono mestieri ignobili, ma richiesti dalla società stessa. Ma c'è una zona in cui essi sono presenti in modo più consistente, sia come numero sia come incidenza culturale. È la regione sud-occidentale del Bangladesh, ai confini con il Bengala indiano, ai due lati del fiume Kopotokko, uno dei tanti rami nel delta del Gange. Nella zona, si distingue il villaggio-bazar di Borodol: poche migliaia di abitanti. Ma il sabato e la domenica, giorni di bazar, diventa una fiumana di gente, di barche e di merce di ogni tipo, che qui confluiscono da tutte le zone del circondario. È, insomma, un grande snodo commerciale.
          Proprio a Borodol la missione cattolica era stata iniziata dai gesuiti di Calcutta intorno al 1937. I contatti naturalmente erano cominciati già prima, verso il 1920. I gesuiti, inizialmente uno o due, partivano da Calcutta e, seguendo la via dei fumi, venivano in zona, prendevano contatto con i vari villaggi muci e poi rientravano alla base. Nel 1952, in seguito all'indipendenza dell'India dall'impero britannico (avvenuta nel 1947) e alla successiva divisione in India e Pakistan (nei due tronconi di Pakistan occidentale e Pakistan orientale, poi divenuto Bangladesh), la missione di Borodol venne affidata ai missionari saveriani, poiché i gesuiti preferirono rimanere in India.
          I saveriani hanno dedicato molte energie alle comunità muci di tutta l'area, con l'intento non solo di radicare maggiormente la fede e la vita cristiana, ma anche per elevare il livello sociale e culturale della gente. Purtroppo, la dedizione e gli sforzi non raccolsero i risultati sperati; le liti interne, il persistere di pratiche anti-sociali e furberie varie... hanno portato il vescovo e il superiore di allora a togliere la presenza stabile dei missionari nella zona e a “chiudere” la missione. Forse una decisione così drastica aiuterà la gente a ravvedersi: questa era la speranza di tutti.


ATTO SECONDO: CHUKNAGAR
IL CATECUMENATO, SCUOLA DI VITA
Non facciamo proselitismo, predichiamo il vangelo


          Terminato il mio mandato di superiore dei saveriani in Bangladesh e dopo un breve periodo di necessario riposo, tornato in missione, mi è stato richiesto di andare a Chuknagar, un centro nevralgico della regione dove vive la più larga concentrazione di fuori-casta. Chuknagar si trova a circa 30 chilometri a ovest di Khulna, la terza città più grande del Paese e centro della diocesi fondata dai missionari saveriani.
          La missione di Chuknagar è stata iniziata dal saveriano p. Luigi Paggi all'inizio degli anni 80, nel contesto di quelle che allora chiamavamo “le vie nuove”. Nella nostra intenzione, queste volevano essere un modo diverso di fare e di vivere la missione. Nei suoi 20 anni di presenza a Chuknagar, padre Luigi ha portato avanti con immensa pazienza tutto un discorso di promozione umana tra i fuori-casta, insistendo in modo particolare sull'educazione civica della gente e sull'istruzione dei bambini. È riuscito a stabilire piccole scuole in una ventina di villaggi, disseminati nel raggio di 20-25 chilometri, con insegnanti ...di fortuna. Non molto lontano da Chuknagar, si trova anche Tala-Kampur, dove un altro saveriano, padre Pierluigi Lupi aveva cercato di attuare un tentativo ancora più ardito di immersione fra la gente, ma che durò solo pochi anni.


Chiedono di diventare “discepoli” di Cristo


          All'inizio di questa nuova esperienza, il discorso di conversione al cristianesimo era stato escluso, proprio per non creare equivoci o dare adito a sospetti. Una cosa è l'aiuto umano e sociale che si dà a tutti, senza distinzione; altra cosa è il discorso religioso, che richiede una grande libertà di scelta. Insomma, non volevamo metter su una comunità di battezzati con il riso e mantenuti con l'elemosina. Sarebbe stato un inizio disastroso per il futuro del vangelo e della chiesa. Dopo la partenza di p. Luigi, il programma socio-educativo di promozione umana da lui iniziato, è stato portato avanti molto bene dal giovane saveriano p. Sergio Targa.
          Solo recentemente, dopo tanti anni di paziente e costante presenza, è arrivata la richiesta da parte di alcuni di iniziare un cammino di fede, con l'intento di diventare discepoli di Gesù. La ragione principale per cui mi era stato chiesto di andare a Chuknagar era proprio quella di dare una risposta a questa esigenza chiaramente religiosa che era emersa fra di loro. Una tale richiesta, suscitata dallo Spirito Santo, era anche frutto del paziente lavoro disinteressato e della costante testimonianza dei missionari.


Il cammino di fede su un sentiero tracciato


          Il catecumenato, come scuola di vita e come metodo di evangelizzazione, purtroppo non ha trovato posto nella storia della missione cattolica in Bangladesh. Il metodo seguito nel passato, pur variando in qualche particolare, ripeteva più o meno il seguente procedimento: quando una comunità di villaggio chiedeva di diventare cristiana, la richiesta veniva accolta solo se c'era l'adesione da parte di un buon numero di famiglie, onde evitare inevitabili spaccature in seno alla comunità stessa. Dopo aver accertato il consenso, seguiva un periodo non molto lungo di istruzione alla fede e alla vita cristiana e veniva dato il battesimo. Praticamente, il sacramento era il punto di partenza e non il punto di arrivo o il traguardo, dopo un lungo e impegnativo cammino.
          Pur avendo tanti anni di esperienza missionaria alle spalle, non è stato facile organizzarmi per questa attività, che dovrebbe essere l'attività principale della missione: l'iniziazione cristiana. Partivo dal presupposto che stavo intraprendendo un cammino di fede e, come tale, esigeva luce e forza dall'Alto. Partivo inoltre con la convinzione che il sentiero tracciato da Dio per il suo popolo - come racconta la bibbia - doveva essere anche il nostro sentiero. Così con i miei catecumeni ci siamo messi sul sentiero percorso dagli antichi padri, cercando di scorgere in esso i segni della presenza di Dio.


In una lettera, l'impegno della vita


          Attualmente gli aspiranti discepoli di Gesù, un centinaio in tutto, sono divisi in sei gruppi, distribuiti secondo le fasce d'età: ragazzi, giovani, adulti. Cerchiamo di dare molta importanza alla preparazione liturgica per la celebrazione della domenica, perché siamo consapevoli che stiamo ponendo le basi di una tradizione, che diventerà punto di riferimento per i cristiani di domani. Naturalmente la liturgia è solo un aspetto di questa tradizione, il cui compito principale è di portare novità di vita in quelli che diventeranno discepoli di Gesù.
          Non abbiamo ancora un luogo adeguato per le nostre celebrazioni, che si svolgono attualmente in un'aula scolastica. Ma non abbiamo neppure tanta fretta per avere un posto più confacente, perché quello che conta adesso è porre le basi per una vita cristiana solida. Quattro gruppi di aspiranti discepoli hanno già concluso i primi tre anni di cammino. La maggior parte di loro sa scrivere, e anche questo è frutto del lungo lavoro di promozione umana portato avanti dai missionari attraverso le scuole. Prima di venire in Italia, ho chiesto a ciascun discepolo di mettere per iscritto il loro impegno di vita per diventare discepoli di Gesù. Nell'ultima celebrazione domenicale, al momento dell'offertorio, ognuno è venuto a presentare la sua lettera. Ricevendo la loro consegna, ho assicurato che avrei portato con me le loro lettere in Italia e avrei chiesto di pregare per loro.


Il rimedio contro dubbi e sospetti


          I missionari sono a Chuknagar ormai già da 25 anni. La gente, musulmani compresi, ci conosce molto bene e non ha dubbi nei nostri confronti: non siamo lì per fare proselitismo. Si sa comunque che, a livello generale in Bangladesh, si nutrono sospetti verso di noi. Ne è conferma l'ultima trovata del governo per quanto riguarda i missionari esteri: il nostro visto di soggiorno è stato fatto entrare in una categoria speciale che va sotto la lettera “M”, l'iniziale di "Missionary". Ogni anno poi, al momento di consegnare la domanda per il rinnovo del visto, dobbiamo firmare una dichiarazione in cui si dice che non siamo impegnati in attività di conversioni. Ad ogni modo, a questa situazione si è già ovviato da tempo. Il battesimo ai nuovi discepoli di Cristo viene conferito da sacerdoti cittadini, nati e cresciuti in Bangladesh.
          Colgo l'occasione per chiedere, da queste pagine di “Missionari Saveriani” una preghiera perché la nostra presenza missionaria in Bangladesh diventi sempre più significativa per la gente alla quale il Signore ci ha inviati. Grazie.


C' È UN MINISTERO VACANTE


          Solo la testimonianza diretta delle migliaia di pazienti che, nel giro di tre anni, sono venuti a contatto con dottor Gildo, saveriano marchigiano, potrebbe dare un'idea del servizio impareggiabile reso da lui ai malati della zona. Mi scorre ancora davanti agli occhi la fila interminabile di pazienti che ogni giorno si accalcava dinanzi al cancello della missione. La gente cominciava ad aspettare il suo turno dalla sera precedente, trascorrendo tutta la notte all'aperto. Non avendo una struttura adeguata, questo afflusso incontrollabile creava un po' di confusione. Poi, un po' alla volta, si è riusciti a convincere i pazienti ad accettare un po' di disciplina e le cose funzionavano a meraviglia. Da un anno, i due dottori saveriani Gildo Coperchio e Claudio Modonutti stanno prestando servizio a Dinajpur, nel nord del Bangladesh, in un ospedale gestito dai missionari del PIME.
          La presenza di dottor Gildo a Chuknagar è stata arricchente non soltanto per la sua esperienza di medico, ma anche per la sua forte carica umana e religiosa. Ne sentiamo l'assenza, noi e i malati. Con lui ci trovavamo a ricoprire un po' tutte le sfere dell'attività missionaria a Chuknagar: padre Sergio Targa cura il settore scolastico, per cui, scherzando, lo chiamavamo “ministro dell'educazione”; il dottor Gildo, nel settore sanitario, era “ministro della sanità”; io seguo di più l'aspetto religioso, e sarei “ministro della religione”. Speriamo che qualcuno, leggendo queste righe si senta ispirato a venire a prendere il posto che dottor Gildo ha lasciato vacante a Chuknagar. Ma attenzione: siamo ministri ...senza portafoglio!



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