Il Ponte - dicembre/2005

Tra il dire ed il fare …non c’è più di mezzo il mare
Facciamo un esempio
Creare le condizioni per la giustizia sociale,
ma intanto vivere l’amore per gli altri


di Umberto Berardo

Quando nella storia l’uomo ha deciso di costruire la società sulla proprietà privata e non più sulla condivisione equa dei beni prodotti, la giustizia sociale è scomparsa, perché si sono trovate mille ragioni ideologiche per convincersi e convincere che in fondo gli esseri umani non sono tutti uguali e che in relazione alla qualità ed al valore della prestazione lavorativa è giusto differenziare il salario.

Lo stesso pensiero filosofico, pure nella civilissima Grecia, con una qualche blanda eccezione per Aristotele, ha finanche persuaso tanti popoli che in nome dell’efficienza economica è possibile tradurre gli altri in asservimento ed abbiamo dovuto aspettare secoli prima che, grazie soprattutto al Cristianesimo ed alla cultura illuminista, nel XIX secolo si dichiarasse fuorilegge la schiavitù, almeno formalmente.

La divisione sociale, strutturata in classi, ancora oggi rimane forte e raggiunge punte disumane non solo all’interno delle nazioni neoliberiste, ma soprattutto se si analizza il rapporto nord-sud.

C’è stato nel corso della civiltà umana chi ha provato a suggerire valori di fratellanza e chi ha cercato di elaborare strutture politiche e sociali di tipo comunistico.

L’egoismo dell’uomo, però, ha provveduto a difendersi da entrambi perseguitandoli o più sottilmente travisando e banalizzando le loro idee fino a renderle innocue.

È stato perciò crocifisso Cristo e tanti suoi seguaci, così come con un cammino demagogico la politica ed il potere hanno svuotato le idee marxiane con realizzazioni pseudocomuniste che hanno costruito stati dove le differenze tra gli uomini comunque sono continuate, anche se hanno assunto altre connotazioni, e si è giunti perfino a negare qualsiasi forma di libertà.

Il Nazismo poi e l’olocausto sono stati la pagina più nera verso il disconoscimento dei diritti umani.

La negazione dell’uomo come valore e la creazione di feticci da porre a fondamento dell’esistenza: questo siamo riusciti a costruire il più delle volte con la nostra decantata civiltà occidentale o, per meglio dire, del mondo opulento.

L’etica che poniamo a fondamento della nostra vita oggi non è quella dell’amore e del servizio all’altro, ma semplicemente una serie di assunti tendenti a giustificare il nostro benessere ed arricchimento, anche se ciò dovesse costare il diniego dei diritti più elementari degli altri uomini.

Per questo le capacità personali di ciascuno non sono viste in funzione del bene comune, ma unicamente in relazione a quanto possono essere remunerate sul piano economico, perché portino alla maggiore prosperità possibile a livello personale o al più familiare.

Se, ad esempio, siamo bravi ad operare in borsa fino a crearci condizioni di arricchimento con operazioni finanziarie di speculazione e crack spaventosi che portano al disastro i piccoli risparmiatori, questo non lo definiamo immorale, ma semplicemente intelligente.

Negli stessi ambienti, non dico solo dell’area riformista, ma della stessa sinistra radicale ci si sbraccia spesso da parte di molti per affermare principi di democrazia, di uguaglianza e di giustizia sociale, ma spesso poi tanti suoi esponenti vivono la stessa vita egoistica, ricca, lussuosa e spregiudicata propria di tanti piccoli borghesi.

Ci chiediamo allora se tra le idee professate e la vita vissuta non debba per tutti noi esistere una qualche coerenza, che possa farci riconoscere come persone capaci di vivere non solo per se stessi, ma anche per gli altri.

In altre parole la domanda che ci poniamo è se non debba esserci un legame assoluto tra i valori esistenziali proclamati ed il proprio vissuto personale.

La nostra convinzione sempre più decisa è che senza una testimonianza di vita, le idee affermate rischiano di non essere più credibili.

Questa proposta di dedizione agli altri nell’amore è presente con grande chiarezza in alcune pagine evangeliche quali le beatitudini o il discorso di Gesù al giovane ricco “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quanto hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi.”

Paolo VI nel merito ha ribadito con chiarezza che il mondo, più che di maestri, ha bisogno di testimoni.

Esistono certamente soggetti capaci di un tale sistema di vita e credo oggi possiamo trovarli soprattutto nel mondo del volontariato, che anche nel Molise ha scritto e sta scrivendo, spesso nell’anonimato, pagine bellissime di amore per gli altri.

Quale esempio di una tale scelta di vita vogliamo proporre la figura di padre Antonio Germano, un molisano originario di Duronia in provincia di Campobasso.

Padre Antonio è un missionario saveriano che vive da ventotto anni in Bangladesh, dove inizialmente ha svolto la sua attività a Borodol, sulla riva del fiume Kopotokko, a sud-ovest; poi è stato superiore dei Saveriani di quel lontano paese asiatico ed ora è tornato alla missione attiva a Chuknagar, villaggio a circa trenta chilometri ad ovest di Khulna, terza città della nazione per numero di abitanti.

Conoscendolo bene, pensiamo che egli abbia scelto la vita missionaria non solo per l’evangelizzazione, ma anche per una testimonianza di amore e fratellanza per gli esclusi, visto che in Bangladesh ha scelto di vivere sempre tra i Muchi, vale a dire i fuori-casta.

Dopo il suo arrivo a Borodol, così scrive in una relazione pubblicata sulla rivista Missionari Saveriani: “Lo spettacolo che mi si presentava era quello di un ammasso di capanne addossate le une alle altre, più simili a tane di animali che ad abitazioni. Dentro la gente che non era comunque riuscita ad affiorare ad uno stadio di vita umano. Anche se le situazioni di miseria si rivelano identiche in tutte le latitudini, quella che si presentava a Borodol a me appariva unica e mi interpellava fortemente.

Quale missione? Quella della Parola o quella del Pane?

Non c’era tempo per molte discussioni e le scelte s’imponevano con urgenza. Mi veniva in mente il suggestivo monito di Bonhoeffer, il teologo tedesco assassinato dai nazisti nel 1945 ‘ Noi cristiani non potremo mai pronunciare le parole ultime della fede, se prima non avremo pronunciate le parole penultime della giustizia, del progresso e della civiltà’.

Abbiamo voluto fare questa citazione, perché a nostro avviso le parole sono cariche di senso e legate ad una scelta esistenziale che non ammette cesure tra il pensare ed il vivere.

Per due anni la Caritas diocesana di Trivento ha collaborato con questo missionario per finanzialgli il progetto ASHA (SPERANZA) per la costruzione di trenta casette in muratura a Chuknagar ed un altro per l’alfabetizzazione di quelli che ormai egli chiama “i miei muchi”.

Quando torna a Duronia ogni quattro anni per un breve periodo di riposo, il suo pensiero è sempre tra quegli “impuri”, che ,dice, “lo hanno aiutato a purificarsi”.

Padre Antonio Germano è sicuramente un esempio limpido dell’esistenza vissuta nella condivisione di cui parlavamo prima. È di sicuro un uomo che si batte per il cambiamento radicale di questa società ingiusta, ma non rinuncia ad immergersi nella miseria per risollevarla e possibilmente eliminarla.

Tra le tante figure possibili del volontariato noi abbiamo scelto una che riteniamo emblematica, anche se siamo certi che il Molise ne esprime tante, perché le conosciamo per esperienza diretta e sappiamo quanto riescano ad incidere per la costruzione di una società fondata sulla giustizia sociale.

Ciò che si dovrebbe fare è dare testimonianza del loro operato, perché questo, più di tante parole, può fondare una società a misura d’uomo.

Uno degli errori dei mass-media è, secondo noi, quello di ignorare la grande umanità esistente nel mondo del volontariato per proporre magari, come fanno spesso, modelli di vita veramente modesti, se non addirittura ed insignificanti.

Se lo si vuole, non è difficile trovare in giro per il mondo testimoni di amore. Il dubbio è un altro: forse queste figure che vivono la povertà e l’altruismo sono volutamente ignorate, perché mettono in crisi i valori che fondano l’egoismo umano e le società del benessere.



Umberto Berardo
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