Convegno Molisane 2007
Montreal, Quebec
Mappa del Molise
Espatrio e identità
I molisani
(Testo preparato per il convegno "I molisani di ieri, di oggi e di domani",
tenutosi a Montréal il 22, 23, 24 novembre 2007)
di Claudio Antonelli (Montréal)
Voglio proporvi i capitoli di un mio libro ideale sui molisani del Québec e del
Canada, e sugli immigrati italiani in genere. In relazione ad ogni capitolo farò
qualche breve riflessione.
Il mio vuol essere un inventario rapido, ma non superficiale, della nostra
complessa realtà di esseri trapiantati.
Io non sono originario del Molise, ma sono un espatriato come voi. Inoltre, ho
una lunga consuetudine di rapporti con i molisani ed in particolare con gli
jelsesi.
Sarà un po' difficile per voi ritenere, seduta stante, tutte le idee che io vi
esporrò, essendo queste forse troppo numerose, e meritando esse un
approfondimento che io certamente non potrò fare in questa sede per il tempo
disponibile che è limitato.
Il successo
Il successo dei molisani nel Québec. Questo il titolo del primo capitolo. Tra le
cause principali di questo successo io porrei i valori della civiltà rurale
molisana - tra cui la laboriosità, il risparmio e il sacrificio - oltre
naturalmente ai forti legami familiari e a quelli dell'amicizia; valori che gli
immigrati hanno mantenuto nella terra che li ha accolti. Un fattore di riuscita
è attribuibile quindi alla forte coesione tra i molisani espatriati; coesione
che è stata accentuata dalla situazione particolare del Québec, dove gli
immigrati hanno trovato due identità culturali con due lingue distinte, in
conflitto tra loro: la franco-quebecchese e l'anglo-canadese. Essi hanno finito
così col tenersi in disparte. Questo fenomeno di non adesione, o meglio di
scarsa adesione ai modelli socio-culturali della società d'accoglimento,
riguarda in Québec un po' tutti gli italiani, a meno che quest'ultimi non vi
siano giunti in tenera età; nel qual caso le due culture maggioritarie hanno
avuto maggior presa su di loro.
In gente accomunata dalla stessa origine, la coesione di gruppo ha favorito la
nascita di iniziative economiche e di atti di solidarietà. L'ostilità stessa che
gli italiani hanno incontrato nel passato in Canada, e in particolare in Québec
dove per un certo tempo è esistita una vera "italofobia", ha incitato molti di
noi trapiantati a perseguire con un impegno accresciuto la sicurezza economica.
È risaputo che per gli immigrati incertezza e insicurezza sono un'incitazione
all'operosità e al dinamismo, e costituiscono dunque uno sprone alla riuscita.
Il Molise - regione un po' cenerentola in Italia perché piccola e con una
scarsa popolazione e, nel passato, regione "associata" all'Abruzzo - è riuscito
a porsi in primo piano in questa terra d'approdo. Il merito di un tale successo
va anche all'intenso desiderio di rivalsa dei molisani. Questi, all'estero, si
sono adoperati per affermare agli occhi di tutti la loro forte identità di figli
del Molise. E - fenomeno straordinario - il successo dei figli espatriati ha
influenzato l'identità dei rimasti. Insomma, questo Molise ideale creato
all'estero, Molise della "diaspora" dal forte alone nostalgico, ha a sua volta
rafforzato e arricchito il Molise reale "storico-geografico" dandogli
un'identità più ampia e più profonda. Ripeto: ciò è avvenuto per merito del
dinamismo e del sentimento d'amore e di fedeltà dei suoi figli dispersi ai
quattro angoli del mondo, e grazie ai loro continui contatti con il luogo
d'origine. Gli incontri, le celebrazioni religiose e le feste di ogni tipo, così
frequenti in seno alle comunità dei molisani all'estero, forniscono un'occasione
pratica di svago e di socializzazione tra individui accomunati dalla stessa
origine, di cui rafforzano i legami, ma costituiscono anche un inno tacito
d'amore e di fedeltà ad una realtà ideale che si chiama Molise.
Associazionismo
Un altro capitolo di questo mio libro ideale andrebbe consacrato
all'associazionismo. Il mio amico Ermanno Lariccia ha appena trattato tale tema.
Io aggiungerò solo qualche parola. L'associazionismo è una molla direi
primordiale per le comunità d'italiani presenti nelle varie province canadesi.
Il punto di partenza delle varie associazioni è un egoismo di base incentrato
sull'angolino di terra, ma il punto d'arrivo trascende i limiti del "campanile".
Le associazioni godono di maggior credibilità rispetto agli individui isolati e
ai gruppi non organizzati. Riescono a compiere di più perché "l'unione fa la
forza". Esse sono degli interlocutori ai quali i centri di potere in Québec, in
Canada e in Italia sono inclini a prestare attenzione.
Grazie alla vitalità di una miriade di associazioni incentrate, sì, sul
paesello, ma che conducono attività che spesso si estendono alla società
d'accoglimento tutt'intera, i molisani, e come loro gli altri italiani
dell'espatrio, sono giunti a delle realizzazioni andate ben va al di là del
punto di partenza che era la minuscola radice locale. Un esempio di attività che
sono facilitate dall'associazionismo e che trascendono il singolo paesello, ci è
dato da questo stesso convegno ("I molisani di ieri, di oggi e di domani" -
Montréal, 22, 23, 24 novembre 2007) dovuto all'iniziativa delle associazioni
molisane riunite in federazione.
Multiculturalismo
Il multiculturalismo. Ecco il titolo di un altro capitolo. Gran parte del
prestigio e del favore che la politica nazionale del multiculturalismo incontra
nei paesi di forte immigrazione poggia sull'idea che tale politica riesca ad
operare una sintesi di culture all'interno dei confini nazionali, sostituendo
un'unica, ristretta cultura, con una cultura "molteplice". Ciò in realtà, nei
paesi multiculturali, non avviene. Le culture rimangono separate. Inoltre, il
multiculturalismo, creando tanti "ghetti", ha come effetto di indebolire la
cultura fondamentale, storica, di un paese, che tradizionalmente fungeva da
magnete e da fatore d'integrazione per i nuovi arrivati.
Il multiculturalismo ha comunque il merito di attenuare la riprovazione che
tradizionalmente la maggioranza ha sempre riservato agli immigrati e ai loro
"strani" costumi. Grazie al multiculturalismo, gli immigrati possono continuare
oggi, almeno in parte, ad essere se stessi senza i pesanti complessi di ieri.
Nello stesso tempo, il multiculturalismo è una formula nuova come cemento
nazionale, e non si sa bene come evolverà e su cosa sfocerà. È un cemento
unitario, dopo tutto, un po' particolare. Vi è poi un fatto fondamentale che a
mio avviso pregiudica pesantemente il multiculturalismo: le culture dei gruppi
d'immigrati tendono - che mi si perdoni la parola impietosa - ad
incartapecorirsi. Che si pensi alla lingua d'origine dei vari gruppi di
trapiantati, il nostro incluso: essa col tempo decade e si contamina. Se posta
lontana dal suolo patrio, una cultura si restringe e si deforma. La celebrazione
del multiculturalismo sembra ignorare questi aspetti non positivi del fenomeno
multiculturale. È un fatto accertato, invece, che l'identità d'origine dei vari
gruppi tende col tempo a trasformarsi in folclore. Un esempio estremo
dell'azione corrosiva e deformante che la cultura dominante ha sulla cultura
trapiantata ci è dato dai discendenti dei francesi dello stato americano della
Luisiana. Questi hanno nella cucina cajun - come dire - il piatto forte della
loro identità originaria. Nella Luisiana la cultura d'arrivo di questi
trapiantati ha veramente poco a che vedere con l'indicibile ricchezza del loro
mondo di partenza: la Francia. Mi si dirà che in Canada vige il
multiculturalismo e non il "melting pot", e che quindi, da noi, al contrario di
quanto avviene negli Stati Uniti, le culture di partenza potranno continuare "ad
infinitum". Ma multiculturalismo o melting pot, è giocoforza constatare che nei
paesi d'immigrazione la lingua d'origine degli immigrati tende a decadere per
poi sparire. E come la lingua, molti altri tratti culturali seguono questo
declino. Ma io ho già udito tra noi più d'uno sostenere che l'identità italiana,
in Canada o altrove all'estero, può fare astrazione dalla lingua. Costoro dicono
che i nostri discendenti saranno italiani anche se conosceranno della lingua di
Dante solo qualche parola (più o meno ben pronunciata, aggiungerei). Del resto -
proseguono sempre costoro - molti ebrei che risiedono in Canada non parlano la
lingua dei loro antenati. Eppure ciò non mette in dubbio la certezza e la forza
della loro identità ebraica. Non potremmo allora anche noi continuare ad essere
italiani anche se non saremo capaci di parlare l'italiano? Questa è la loro
conclusione.
Gli ebrei come modello
Un altro capitolo di questo mio libro ideale consacrato ai molisani del Canada,
e agli italiani che vivono all'estero, andrebbe consacrato al tema: gli ebrei
come modello d'identità per i vari gruppi del multiculturalismo. Gli ebrei,
infatti, vengono proposti da molti trapiantati italiani e non italiani come un
modello ammirevole d'identità etno-culturale cui anche noi espatriati dovremmo
conformarci. Su questo tema io ho preso posizione in un paio di scritti. Mi
limiterò qui ad un giudizio lapidario: noi non potremmo mai fare come gli
ebrei, anche se lo volessimo. Perché? Il tema è complesso e aggiungerei: è tema
pericoloso, data la pesante ipoteca posta da certi tabù su coloro che si
azzardino ad esprimere giudizi sugli ebrei che siano solo un po' meno che
lusinghieri. Mi limiterò qui a dire che noi non possediamo i potenti fattori
d'identità transnazionale degli ebrei. Questi sono al centro di una religione in
cui la storia di un popolo è interconnessa a messianismo, dogmi, miti e
leggende. E lo è a tale punto che il voler separare, oggi, la storia dalla
leggenda è un'operazione impossibile, a causa di questa compenetrazione tra
sacro e profano, tra storia e leggenda.
L'identità
In questo capitolo, io cercherei di approfondire alcuni aspetti dell'identità
degli individui e dei gruppi.
I molisani che vivono in Canada si sentono più molisani e più italiani di coloro
che sono rimasti al paesello. Eppure, molti espatriati si lamentano di essere
considerati canadesi in Italia e italiani in Canada. E aggiungono con un sorriso
di non sapere chi veramente siano. In realtà, noi italiani all'estero possediamo
un senso accresciuto d'identità rispetto agli italiani rimasti in patria,
proprio per il nostro confrontarci quotidiano con le altre identità etno-
culturali di cui il cosiddetto mosaico canadese è ricco. Noi sappiamo benissimo
chi siamo. Sono invece numerosi gli italiani della penisola che spesso
respingono arricciando il naso l'identità italiana, da loro giudicata
limitativa, e si proclamano - nientedimeno - "cittadini del mondo" e "figli
dell'universo". Ma non basta aver fatto qualche viaggio, tutto compreso, in
paesi più o meno esotici per diventare "cittadini del mondo". Costoro inoltre
ignorano di apparire agli occhi altrui molto ma molto italiani. E noi sappiamo
che è difficile fare astrazione, quando si vive all'estero, dal giudizio altrui
sulla nostra identità collettiva: noi italiani trapiantati, che lo vogliamo o
no, siamo visti dalla maggioranza, nel bene e soprattutto nel male, come
"italiani". A nulla varrebbe il nostro dichiararci "cittadini del mondo" se
abitiamo a Saint-Léonard o a Lasalle, perché per i franco-quebecchesi noi saremo
sempre "les Italiens". E fortunatamente per noi questo termine non ha più quella
connotazione fortemente negativa che ha già avuto in un passato non troppo
lontano. In altre parole, noi siamo più che consapevoli che il considerarsi
"cittadini del mondo", da parte di persone piene di abitudini e di tic culturali
legati al Belpaese, non è che un'ulteriore affermazione d'italianità: gli
abitanti della penisola, in gran parte, sono esterofili mancando di un normale
senso di dignità nazionale. Quella dignità che è invece presente in altri
popoli, presso i quali il negare la propria identità sarebbe giudicato non un
vezzo salottiero, ma una vera e propria tara.
In questo capitolo consacrato all'identità, occorrerebbe anche esaminare i
luoghi comuni e i miti esistenti nelle idee che gli italiani si fanno di noi
espatriati del Québec e del Canada. In Italia, udendo parlare di comunità
"italo-canadese" credono che in Canada esista una comunità italiana compatta e,
come dire, organica, che si estende da una parte all'altra di questo gigantesco
paese. Noi invece sappiamo che i rapporti, attraverso il Canada, tra
associazioni italiane non sono molto frequenti.
Gli italiani sono negativamente colpiti, tra l'altro, dalla maniera in cui noi
parliamo l'italiano, che deformiamo con calchi dal francese e dall'inglese. In
definitiva: noi usiamo una lingua un po' maccheronica. Chi di noi, parlando con
un italiano della penisola, si lascerà sfuggire un "pusciare" invece di
"spingere", certamente si squalificherà perché apparirà molto meno intelligente
di quello che in realtà è. E così anche la nostra scarsa eleganza, o meglio il
nostro non sentire il bisogno di esibire capi d'abbigliamento firmati, non ci
mette nella migliore luce agli occhi degli abitanti della penisola, grandi
adoratori del feticcio della moda. Ma le generalizzazioni sugli "italiani
all'estero" non si fermano qui. Sarebbe però troppo lungo esaminare i vari
aspetti di questa realtà particolare. Colgo tuttavia l'occasione per denunciare
le deformazioni che il libro di Gian Antonio Stella intitolato "L'orda - Quando
gli albanesi eravamo noi" ha voluto apportare all'immagine di noi espatriati.
Stella equipara gli immigrati di oggi in Italia, i cosiddetti extracomunitari,
agli emigrati italiani di ieri. Egli vede ugualmente una forte somiglianza tra
l'accoglienza che gli italiani ricevevano nei paesi in cui emigravano, e la
maniera in cui gli extracomunitari sono oggi accolti dagli italiani. Il suo
intento, da buon italiano proclive al compiacimento autodenigratorio e
all'autoflagellazione, è d'innalzare gli extracomunitari e di abbassare gli
italiani. Ciò è dimostrato anche dallo zelo con cui questo giornalista si è erto
sul "Corriere della Sera" a paladino dei poveri rom contro i cattivi italiani.
L'ineffabile Stella non si rende conto, oppure è in mala fede, che il caos
immigratorio italiano attuale, con abusi di ogni sorta commessi da chi spesso è
attratto dall'Italia soprattutto per la sua mancanza di ogni verifica e
sanzione, non equivale certo all'emigrazione italiana di ieri. Io non mi
riferisco certamente ai numerosi immigrati della penisola che sono laboriosi e
ligi ai regolamenti. Ma neppure costoro, a causa dei tanti diritti di cui godono
oggigiorno, possono essere paragonati agli emigrati italiani di tempi ben più
duri. Noi emigrati italiani di ieri abbiamo dovuto chinare il capo e subire
anche pregiudizi e soprusi nei paesi d'accoglimento. I pregiudizi, con punte di
vero e proprio razzismo, che gli immigrati italiani hanno dovuto subire nei vari
paesi fino a non molto tempo fa, con l'infamante marchio di Caino che dura
tuttora, è cosa ben diversa dal clima di cui in genere beneficiano gli
immigrati, legali ed illegali, in Italia, dove accanto a qualche critica dei
leghisti nei confronti degli abusi immigratori, vi è la beatificazione
francescana degli extracomunitari fatta dalla Caritas e dagli ambienti politici
cosiddetti progressisti. Basterà dire che almeno in un paio d'occasioni le forze
di polizia che si accingevano finalmente a procedere, dopo tanti abusi, contro
un paio di "vu cumprà", che in spiaggia vendevano merce contraffatta commettendo
quindi reato, hanno dovuto fare i conti con gli italiani della spiaggia che sono
passati a vie di fatto per difendere gli abusivi, spintonando e insultando i
poliziotti. O basterebbe ricordare che in Svizzera gli immigrati italiani del
dopoguerra hanno dovuto subire l'epiteto "Zingari! Zingari!" lanciato loro da
gruppetti di giovani che li incalzavano, tormentandoli. Io ho udito questa
storia dalla viva voce di coloro che l'hanno vissuta.
Io vorrei domandare a questo esponente della casta dei giornalisti iscritti
all'albo: chi oggi in Italia incalza e tormenta gli zingari? Non sono invece
quest'ultimi ad incalzare e a tormentare gli italiani? Basti dire che Marco
Ahmetovic, il rom responsabile della morte di 4 giovani italiani, è stato
"punito" dagli italiani con un arresto domiciliare in un costoso residence e con
contratti pubblicitari, interviste e sponsorizzazioni. Gli è stata persino
dedicata una linea di orologi "griffati".
La cosa sembra incredibile per la sua oscenità, ma è purtroppo vera. La fama, la
celebrità, anche se ottenuta con metodi luridi e criminosi, è ciò che in
definitiva conta nel Belpaese, dove le masse salivano di piacere e si mettono
a pecoroni di fronte ai "protagonisti", chiunque questi siano, e sarebbero
pronte a fare carte false per apparire in televisione.
La celebrità all'italiana
La TV ha avuto sulla gran massa degli italiani l'effetto che l'alcol ha avuto
sugli aborigeni del Canada e degli Stati Uniti (chiedo scusa agli aborigeni per
il paragone): li ha inebetiti. Ciò spiega perché il giovane rom Marco Ahmetovic,
che grazie ai mass media è divenuto un personaggio celebre dopo avere ucciso
quattro ragazzi italiani guidando da ubriaco, ha ora un agente che ne gestisce
la carriera. Gli è stata persino dedicata una linea di orologi "griffati".
Anche Azouz Marzouk, l'immigrato tunisino che era stato accusato della morte
della moglie e del figlioletto, è diventato un personaggio famoso nella
penisola: interviste, apparizioni in televisione, inviti a feste, serate in
discoteca. Grazie ad un'intercettazione resa nota dai giornali, abbiamo appreso
che, al culmine della sua fama, subito dopo quindi che sua moglie e suo figlio
erano stati massacrati, c'erano persino donne disposte a pagare pur di aver il
privilegio di portarsi a letto una celebrità come lui. Nel corso di una
telefonata ad un amico, Azouz Marzouk ha detto: «Sai che ti dico? Che sono stati
i mesi più belli della mia vita. Pensa che mi hanno perfino proposto soldi in
cambio di sesso. Sono arrivati a dirmi quanto vuoi per una scopata?»
Molti anni prima, a New Orleans, come Gian Antonio Stella sa bene (Stella è
l'autore di "L'orda - Quando gli albanesi eravamo noi"), la folla tirò fuori
dalla prigione e linciò 11 italiani che erano stati arrestati perché sospettati
di un crimine (che non avevano commesso). Fu il maggior linciaggio, per numero
di vittime, della storia degli Stati Uniti. A Gian Antonio Stella, gran campione
di similitudini e di equiparazioni, bisognerebbe allora chiedere: gli italiani
linciati a New Orleans erano gli Ahmetovic e i Marzouk di oggi? E i linciatori
americani di ieri a chi dovremmo paragonarli? Agli italiani che si mettono in
fila per comprare l'orologio griffato dal rom criminale?
La verità è che noi, emigranti, abbiamo dovuto adattarci agli usi e costumi
locali, e ci siamo rimboccati silenziosamente le maniche accettando le regole
imposteci nel paese d'accoglimento, qualche volta anche regole assurde. La
situazione in Italia è tutt'altra cosa, col buonismo un po' minchione che
incrementa il caos già endemico della penisola. E così, ogni volta che
rientriamo in vacanza in Italia, siamo costretti a zigzagare tra stuoli di
venditori ambulanti di prodotti contraffatti che ingombrano marciapiedi e spazi
pubblici anche nei luoghi turistici di gran prestigio, per nulla disturbati dai
vigili intenti, al solito, a chiacchierare tra loro. E dobbiamo difenderci dai
mendicanti e dai borseggiatori giunti nel paese dei balocchi da lidi vicini e
lontani. Per non parlare delle decine di migliaia di prostitute senza permesso
di soggiorno, in provenienza dall'Africa e dai paesi dell'est europeo, che
operano indisturbate lungo strade e marciapiedi o in aperta campagna.
Ma chiudiamo questo capitolo maleodorante. Vorrei accennare al benefico influsso
che l'estero - perché non ammetterlo? - ha avuto su noi espatriati. Mi riferisco
in particolare al nostro senso critico di certe caratteristiche più plateali
dell'identità italiana, come il gusto eccessivo della verbosità e della
polemica, che noi abbiamo abbandonato a vantaggio di un senso più concreto delle
cose. All'estero abbiamo dovuto diminuire la nostra tendenza al protagonismo e
all'esibizionismo. Siamo stati costretti a farlo a causa, se non altro, della
nostra nuova condizione di esseri minoritari.
Il viaggio
Alla base della nostra identità più profonda di esseri trapiantati in un altro
continente vi è il viaggio transoceanico. Questo viaggio ha funto da spartiacque
tra il prima e il dopo: prima, in Italia, e dopo, in Canada.
Il nostro non è stato semplicemente un viaggio fisico ma un viaggio dell'anima,
che simile ad un iter iniziatico ci ha fatto idealmente morire e quindi
rinascere, quali adesso noi siamo, attraverso l'apprendimento di una nuova
lingua ed una reinterpretazione del senso da dare alla vita. Da questo viaggio
sono emerse nuove realtà. La frattura tra il prima - prima della partenza - e
il dopo - dopo la partenza - ha reso concreta e direi drammatica l'idea
dell'irreversibilità del tempo. Il "prima" ha assunto i colori delle gioventù:
un tempo immobile e splendido, illuminato dalle luci della vita, la quale allora
sembrava non dovesse mai cambiare. Il "dopo" ha fatto precipitare il tempo
spingendo avanti le lancette dell'orologio della vita. Dalla terra di nascita -
il paesello, la regione, l'Italia intera - questo fatidico viaggio ha fatto
emergere l'anima dei luoghi. I misteriosi legami che esistono l'uomo e tra la
terra sono emersi in noi con una grande forza. Di ciò voi che siete partiti vi
rendete conto quando confrontate il vostro amore per il Molise con quello di chi
è rimasto in quei luoghi per tutta la vita. "Voi siete i veri molisani", vi
diranno. Quanta verità in queste parole! Con la partenza, dal paese è emersa la
Patria, quella grande, l'Italia, e quella più piccola, ma così vicina al nostro
cuore: il paesello.
Per scoprire, capire, amare i misteriosi legami tra il nostro essere e la terra
dove siamo nati, occorreva la partenza. È un'amara verità: per capire
l'importanza di certe cose e di certi esseri, occorre prima perderli, per essere
condannati poi a cercarli senza più poterli trovare. Con la partenza e con il
distacco, la terra di nascita ha acquistato la trascendenza: da luogo geografico
il luogo lasciato si è trasformato in luogo dell'anima.
Quest'aura che avvolge il luogo di nascita deve molto alla gioventù. Bisogna
considerare che il passato coincide con la terra lasciata, e terra lasciata e
passato a loro volta coincidono con la nostra giovinezza. Una giovinezza che
spesso fu incerta e non sempre fu splendida, ma che ora nel ricordo è divenuta
assoluta, con i magnifici colori di cui la vecchiaia "a posteriori" l'ha
ammantata. In questo caso, è il presente che crea, anzi ricrea, il passato.
L'identità culturale dei quebecchesi.
I quebecchesi fanno professione quotidiana d'amore per la lingua francese ed
esigono dai nuovi arrivati che la imparino al più presto. La lingua, infatti, è
la pietra angolare della loro identità. Essi non si stancano di dire e di
ripetere che la loro cultura è diversa da quella degli abitanti del resto del
Canada e del Nord America. Ma quali sono i caratteri di questa cultura? In cosa
si differenziano i franco-quebecchesi dagli abitanti delle altre province per
valori, stili di vita, atteggiamenti mentali, comportamenti individuali e
collettivi? Una lacuna subito salta agli occhi: sull'unicità della cultura
franco-quebecchese tutti si dichiarano unanimi, ma nessuno mai tenta di farne
l'inventario o d'identificarne i tratti fondamentali.
Secondo me, la mancata enumerazione degli ingredienti dell'identità dei franco-
quebecchesi deriva proprio dal fatto che, contrariamente al gran parlare che si
fa circa il carattere speciale della cultura del Québec, i tratti specifici di
questa cultura, eccezion fatta per la posizione centrale occupata dalla lingua,
sono precari ed evanescenti. Un esempio fra tutti basterà: l'inesistente
"specificità" della cucina quebecchese, eco irriconoscibile della meravigliosa
cucina dell'Esagono. Vi è poi un paradosso: i franco-quebecchesi, che pur
celebrano la fedeltà al passato ed esaltano la loro continuità nei confronti dei
padri, hanno rimosso questo passato dalla memoria ufficiale definendolo "grande
noirceur" per il ruolo abnorme svolto nella società tradizionale franco-canadese
dalla Chiesa. Insomma, i figli del Québec moderno hanno vergogna dei padri.
Ripeto: le masse del Québec celebrano la propria identità storica, ma rinnegano
il proprio passato. Le ambiguità e le contraddizioni non si fermano qui.
L'atteggiamento della maggioranza dei quebecchesi nei confronti della lingua è
così ambiguo da rasentare, secondo me, l'assurdo. La lingua - la lingua francese
- posta sempre al centro di tutto come un'icona sacra, perché fattore
primordiale dell'identità di tutto un popolo, è un idioma assai particolare su
cui pesano pesanti tabù che pochi osano infrangere. I paradossi e le
contraddizioni, in relazione alla lingua francese, saltano agli occhi di molti,
ma guai a parlare chiaro.
Io invece lo farò. I quebecchesi esaltano a pieni polmoni la lingua francese,
invitando i nuovi arrivati a rispettarla, ma nel contempo avversano chiunque
cerchi di innalzarne il livello in relazione alla pronuncia, così particolare da
richiedere i sottotitoli per i film locali esportati in Francia, e in relazione
soprattutto al vocabolario estremamente limitato, e alla struttura delle frasi,
spesso erronee. L'incertezza e la povertà non riguardano solo la lingua parlata,
ma anche la lingua scritta. Il fenomeno della povertà della lingua è un fenomeno
generalizzato. Persino la lingua di una buona porzione degli insegnanti è
carente o erronea. Anche la lingua francese usata nelle università del Québec è
povera, o addirittura farcita di errori. Basta assistere ad un paio di lezioni o
leggere qualche tesi di laurea per rendersene conto.
So che queste critiche costituiscono un autentico "reato di lesa maestà", e
possono risultare estremamente offensive. Il fatto è che chi non cessa di far
professione d'amore per la lingua francese, perché fattore primordiale della
propria identità, dovrebbe dar prova di un minimo di coerenza mostrando un certo
rispetto per essa. Altrimenti il potere d'attrazione suoi nuovi arrivati da
parte della cultura quebecchese, una cultura che come abbiamo visto è senza
tratti distintivi forti, diviene ancora più debole proprio perché poggia su una
lingua malferma e imprecisa che nessuno si preoccupa di migliorare. Ciò appare
ancora più evidente dopo l'abolizione del sistema d'insegnamento impartito dai
gesuiti, in vigore nel passato.
Come oso io fare queste critiche? La mia è una sacrosanta reazione alle
proclamazioni d'amore per la lingua francese, fatte incessantemente nel Québec
dalle élites e dal popolino con tono improntato a sdegno verso i reprobi che non
onorano la lingua francese. Amore che è giocoforza interpretare, in realtà, come
sterile e patetico autocompiacimento - "je suis bien dans ma peau!" - proprio
perché a queste proclamazioni d'amore non corrisponde un minimo sforzo per
migliorare la lingua di Molière. Come? semplicemente parlandola e scrivendola un
po' meglio. Rispettandola, insomma.
L'autocelebrazione
Motivati dalla rapida ascesa che abbiamo conosciuto in questa terra, noi
immigrati di origine italiana della prima e della seconda generazione tendiamo
all'autocompiacimento e all'autocelebrazione. Forse un po' troppo. Ma è da
capire: in Québec, fino a non molti anni fa, noi, che allora eravamo "les
immigrants" per antonomasia, siamo stati oggetto di disprezzo e d'ostilità da
parte della maggioranza di questa provincia. Se dall'Italia non giunge più
nessuno, dalle altre parti del pianeta, invece, giungono tantissimi immigranti.
Oggi finalmente trionfano i diritti dell'uomo con il rispetto della diversità.
Non come ai tempi infausti che molti di noi hanno conosciuto, quando il
dichiararsi avversi gli italiani era un atteggiamento da parte della maggioranza
pienamente legittimo. Non esagero per nulla. Allora vi è stato persino qualche
episodio di aperto razzismo: che si pensi all'articolo ignobile sui siciliani
scritto, anni fa, da François Hertel, padre spirituale di molti nazionalisti
quebecchesi, e padre spirituale anche di un avversario del nazionalismo come
Pierre Trudeau. Ma nessuno fa mai riferimento a quel sozzo scritto di Hertel.
Non vi fanno riferimento neppure i diversi autori che di recente hanno scritto
su Trudeau, mettendo in rilievo l'influenza che le idee di Hertel ebbero su di
lui e su altri esponenti del mondo intellettuale di quell'epoca. Occorre dire
che Trudeau fu di tutt'altra stoffa. Questi infatti dimostrò sempre una sincera
simpatia per gli italiani.
Occorrerebbe però essere più vigili nel ristabilire la verità dei fatti, e ogni
tanto ricordare e far ricordare anche agli altri quei tempi. Un esempio fra i
tanti: si continua a ripetere che gli italiani preferivano inviare i loro figli
nelle scuole inglesi e non in quelle francesi. Nessuno sembra ricordare che,
allora, le domande di ammissione nelle scuole francesi da parte degli italiani
venivano sovente rifiutate.
La nostra fragilità.
Il capitolo successivo di questo libro andrebbe consacrato alla nostra
fragilità. Sì, parlo di "fragilità" nonostante il fatto che raramente i tempi
siano stati migliori per la nostra "comunità" (termine che ha sostituito quello
di "colonia", usato nell'anteguerra).
Oggi il multiculturalismo trionfa in Canada. Esso gode di credito anche in
Québec, dove però è subordinato ad un progetto particolare di società incentrata
sulla lingua francese. La politica del multiculturalismo, col suo esaltare le
identità collettive a scapito del legame unitario nazionale, pone l'accento sul
gruppo etnico di appartenenza. Il multiculturalismo ha l'indubbio merito di
rendere onore alle varie culture. Non pone tuttavia fine a certe
generalizzazioni e certi stereotipi di cui, in un paese come il Canada, sono
stati fatti bersaglio nel passato gli appartenenti alle minoranze. La legge del
più forte, ossia la legge della maggioranza, continua nonostante tutto ad
imperare. La conseguenza è che si continua ad attribuire al singolo i demeriti,
veri o presunti, del gruppo al quale esso appartiene o al quale il suo nome,
comunque, lo collega. Le conseguenze sul piano pratico per gli immigrati
italiani del Canada? Il comportamento di questo o quell'uomo di spicco canadese
avente un nome italiano si ripercuote su tutti noi che portiamo un nome che ci
identifica come originari della penisola. Un solo esempio basterà: la campagna
dei mass media contro il ministro del lavoro del Canada Alfonso Gagliano si è
tradotta in un passo indietro per tutti noi d'origine italiana.
Nel campo della cronaca nera, i mass media godono nell'attribuirci il marchio di
Caino. L'infame serie Soprano è un esempio non si potrebbe più chiaro di questa
manipolazione delle coscienze attuata a nostre spese.
La nostra immagine è poi fortemente condizionata dall'immagine che l'Italia e i
suoi abitanti proiettano nel paese in cui noi espatriati viviamo. Le vittorie
della Ferrari, lo chic dei prodotti di moda italiani, i film, il turismo
straniero in Italia: ecco alcuni fattori positivi ai quali dobbiamo se la nostra
"identità" d'italiani all'estero è migliorata rispetto ad un passato in cui
l'Italia era considerata un paese povero e arretrato. Di qui, purtroppo,
l'influenza negativa che ha su noi espatriati lo spettacolo non solo ridicolo ma
addirittura indecente di una classe politica italiana rissosa e inconcludente. I
vezzi e i trascorsi giudiziari del primo ministro del trascorso governo, Silvio
Berlusconi, hanno contribuito a ridicolizzarci. E neppure il successivo governo
Prodi ha introdotto sostanziali cambiamenti nella penisola nella maniera di
gestire la cosa pubblica. La maniera di fare all'italiana, vale a dire senza mai
prendere nulla troppo sul serio, di cui fanno sfoggio i protagonisti della scena
pubblica nel Belpaese, non contribuisce certamente all'idea che ci si fa
attraverso il mondo degli italiani. Il caos immigratorio, la cronica sporcizia
di certe aree della penisola, la presenza delle varie mafie sono altrettanti
fattori che concorrono contro di noi "italiani all'estero".
La politica all'italiana
La politica italiana, anzi la politica all'italiana. La forza politica detenuta
dalle regioni, dalle province e dai comuni in Italia ha permesso di sviluppare
una fitta rete di scambi tra noi "trapiantati" e gli esponenti del potere
politico e amministrativo della Penisola. Che si pensi alle frequenti visite che
riceviamo da parte di delegazioni italiane provenienti dalla nostra regione di
partenza, e alla fitta rete di contatti e di scambi che queste visite creano. Il
Molise è stato ed è particolarmente attivo in questo campo. Purtroppo, esistono
anche fattori negativi in questi rapporti tra espatriati e rimasti. Il primo
fattore negativo è costituito dalla maniera particolare del "far politica" in
Italia, con il trionfo dello spirito di parte. Nella penisola la nozione di bene
comune nazionale scarseggia, mentre abbondano opportunismo e settarismo. Di qui
la fondamentale mancanza in tanti italiani, politici inclusi, di un sincero
sentimento di solidarietà verso gli italiani espatriati. In parole povere ciò
vuol dire che questi viaggi dall'Italia in Canada, fatti dai politici, spesso
non hanno una motivazione profonda, ma tendono ad avvantaggiare solo coloro che
vi partecipano facendo far loro una bella vacanza.
Con la legge che istituisce le circoscrizioni estere e permette agli espatriati
di inviare i propri deputati e senatori a Roma, la maniera particolare italiana
di far politica ha messo radice, purtroppo, anche nelle comunità degli emigrati
italiani.
Legge Tremaglia
Le perniciose conseguenze della legge Tremaglia andrebbero trattate in un
capitolo a parte, con un'attenta disamina dei frutti tossici che questa
extraterritorialità elettorale italiana ha già prodotto in seno alle comunità
degli italiani all'estero: politicizzazione ad oltranza, opportunismo,
rissosità, divisioni, lottizzazioni, faide, polemiche... C'è da temere che si
verifichi ben presto la fine di quella coesione ideale che era fin qui esistita
tra gli italiani in Québec e in Canada. Tutto ciò in nome delle ambizioni
politiche all'italiana.
Se vi è un prodotto che l'Italia non avrebbe mai dovuto pensare di esportare è
la sua politica bizantina. Ed è proprio ciò che l'Italia ha fatto, seminando, a
danno nostro e dei nostri figli nati nelle nuove patrie, anche il seme del
sospetto e della mancanza di lealtà verso il Canada, nostra patria adottiva.
L'adozione di questa legge ci ha consacrati "servi di due padroni"...
I figli
I nostri figli nati qui: ecco un tema importante e complesso. Ci si lamenta che
i giovani non ci seguano nelle nostre attività comunitarie. Si discute
continuamente su come fare per interessarli e per spingerli a sentire il
richiamo del paesello. Appunto, il richiamo del paesello: di un paesello che non
è il loro perché non vi sono nati. Inoltre da sempre i figli hanno bisogno di
differenziarsi dai padri, e i nostri figli non fanno eccezione alla regola.
Dunque tutto normale in questa diserzione dei figli nei confronti delle
nostalgie provate dai padri? In parte sì. Dico "in parte" perché questo prendere
le distanze dal mondo dei genitori non è in assoluto un segno di perfetta
integrazione, come molti invece credono. I figli degli italiani all'estero
spesso presentano difficoltà d'integrazione e carenza d'identità. E ciò a
dispetto della trionfale vulgata che li vuole padroni di due mondi, di due
culture, poliglotti e perfettamente integrati. Tra i vari segni che, secondo me,
rivelano la loro incertezza nel conciliare i due mondi, quello dei padri e il
mondo nel quale sono nati, io porrei un fenomeno che credo di aver notato ma sul
quale non ho dati statistici: il numero piuttosto alto di figli d'immigrati
italiani che rifuggono dal matrimonio, preferendo rimanere a casa. Questo ed
altri aspetti della realtà dei nostri figli, e del loro particolare universo di
"immigrati di riflesso", andrebbero approfonditi in una sede appropriata.
La continuità
Ma qual è l'esito dell'emigrare in una terra straniera? Nell'essere umano agisce
la forte molla della continuità, ossia il desiderio di continuare. Desidero più
che legittimo. Continuare nello stile di vita, nelle abitudini, in tante cose...
Continuare attraverso i figli. Ma l'emigrare batte in breccia questa continuità.
L'esito normale, a lunga scadenza, dell'espatrio con il radicamento definitivo
dei propri discendenti nella nuova terra - patria adottiva per il trapiantato,
ma patria naturale per chi vi nasce - è l'acquisizione di una nuova identità
nazionale, di nuove sensibilità, di un nuovo destino collettivo.
So che il termine assimilazione provoca in molti di voi brividi di rigetto. Io
invece trovo normale ed inevitabile che, dopo due, tre generazioni, i legami con
la terra di nascita dei padri e dei nonni si riducano a poco più di un barlume.
I matrimoni cosiddetti misti non fanno che accelerare il processo di
trasformazione profonda dell'identità culturale dell'individuo. E un tale esito
è sano e normale. Nello stesso tempo è anche normale e sano per noi della prima
generazione avvertire nello spirito la forte presenza di un paese, l'Italia, che
ci ha dato i natali, e continuare a coltivare questa radice vitale che ci ha
alimentato e che continua ancora in parte a nutrirci.
E con questo sono quasi giunto alla fine. Vorrei approfittare di questa sede per
rivolgere un pensiero affettuoso alla famiglia dello sventurato immigrato
italiano, Claudio Castagnetta, morto in circostanze non ben chiare nelle mani
della polizia del Québec. La maggioranza dei mass media del Québec e del Canada
ha riservato indifferenza e silenzio all'avvenimento. L'ambasciatore italiano ad
Ottawa, Gabriele Sardo, ha sentito il dovere di denunciare questo muro di
silenzio.
Il "Canada leggenda", il "Canada idilliaco", il "Canada mitico", che provoca
forti sospiri d'invidia in tanti in Italia, è un paese sì nell'insieme generoso
e civile, ma certamente non è all'altezza della sua leggenda. Lo sappiamo noi
che vi viviamo. Un dato solo forse basterà. In Italia nel 2006 (ultimo anno per
il quale sono disponibili i dati statistici al riguardo) sono stati commessi 621
omicidi (secondo gli esperti, il 36% degli omicidi sono commessi da stranieri).
E in Canada, nel 2006? Se ne sono commessi 605. Quindi in Italia sono stati
commessi 16 omicidi più che in Canada. Da tener però presente che l'Italia ha
quasi il doppio della popolazione canadese. Ma nella penisola è tutto un
parlare di delitti. In Canada, invece, i mass media riservano poco spazio ai
fatti di cronaca nera.
Tornando al nostro giovane immigrato, morto nelle mani della polizia, emetto
un'ipotesi che può apparire assurda, ma che in fondo è legittima: se una persona
come Claudio Castagnetta, siciliano di nascita, avesse potuto suscitare, per una
ragione o per l'altra, il minimo sospetto di mafia, oggi i mass media canadesi
rovescerebbero sui loro lettori interminabili servizi sullo sventurato. Ma
invece era semplicemente un immigrato italiano come tanti di noi che viviamo in
Canada: onesto e pacifico. Questo sopratutto spiega il muro di silenzio.
Perché questa mia nota pessimistica sul Canada, che qualcuno potrebbe trovare
stonata? Perché, la verità è che, al di là dei trionfalismi, delle
autocelebrazioni e delle leggende, noi italiani all'estero costituiamo una
"comunità" fragile che deve continuamente difendersi contro le
generalizzazioni, gli stereotipi, le diminuzioni. Dobbiamo farlo soprattutto con
l'esempio, il buon esempio. Quel buon esempio che tanti molisani del Québec
hanno saputo dare. A loro vada il mio ringraziamento. Trovo doveroso menzionare
qui l'esempio ammirevole dato per tutta una vita da un personaggio esemplare,
l'avvocato d'origine molisana John Ciaccia, già ministro. Nel corso di una
carriera politica prestigiosa, quest'uomo straordinario ha saputo esprimere le
migliori qualità del suo popolo: operosità, intelligenza, tenacia, dignità,
solidarietà umanità, onestà.
E qui concludo, ringraziandovi per l'attenzione prestatami.
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