INTRODUZIONE A PAGINE SPARSE DI DIARIO

Queste pagine sparse di diario sono legate ad una mia particolare esperienza di missione che risale agli anni 1991-1993. Per capirne il contesto bisognerebbe tenere presenti le due relazioni, fatte da me a suo tempo e apparse poi in internet, sul sito di Duronia. Ne faccio qui una brevissima sintesi, altrimenti il senso di queste pagine di diario rimarrebbe oscuro per tanti lettori.

Al termine dei miei 12 anni di presenza a Borodol, di cui spesso ho parlato e di cui, quelli che mi conoscono, sono ampiamente informati, chiesi ed ottenni dai miei superiori un anno sabbatico per avere modo di valutare il mio modo di fare missione, confrontarmi con altre esperienze e avere anche la possibilità di un opportuno aggiornamento sulla missione.

Alla fine del 1990 rientravo in Bangladesh, deciso ad impostare in maniera diversa la mia missione, contando soprattutto sulla forza della Parola di Dio. Così andai a Bagachara, dove il P. Gabriele Spiga, un missionario sardo di qualche anno più giovane di me, ma con più lunga esperienza di missione, all’inizio degli anni ’80 aveva fondato Asharbari (la casa della speranza), un centro di riabilitazione per disabili. Io sarei stato con lui, condividendo la vita di preghiera e approfondendo e consolidando le motivazioni della comune missione.

Lo scopo della mia presenza ad Asharbari era quello di prendere i contatti con i villaggi Rishi (fuori-casta). Dalla lettura dei Diari dei Padri Gesuiti di Calcutta, a cui risale la fondazione della missione di Satkhira e Borodol, avevo saputo di una lunga concentrazione di fuori-casta nella zona, dove io ero approdato con la benedizione dei miei superiori. I Gesuiti, dal 1917, partendo da Calcutta e risalendo il corso dei fiumi, avevano cominciato a prendere i contatti con questi villaggi, stabilendovi anche delle piccole cristianità, che poi furono abbandonate per mancanza di missionari. Arrivato a Bagachara, ripresi in mano quei diari, intaccati ormai dalle tarme, ne feci fotocopia e mi misi a studiarli, scoprendo in essi una sorgente inesauribile di notizie utili. Ogni volta che incontravo il nome di un villaggio, lo sottolineavo e lo trascrivevo nel mio taccuino. Al termine mi trovai in mano una rosa di 35 villaggi. Tracciai così una cartina topografica con i nomi dei villaggi e con essa alla mano mi misi a ripercorrere il sentiero dei Padri, per stabilire un primo contatto con la gente.

Le pagine che seguono si riferiscono ad una fase particolare, nella quale, dopo i primi contatti, si cominciava a stabilire con la gente un rapporto di conoscenza reciproca e di amicizia che sarebbe dovuto poi sfociare in un piano organico di prima evangelizzazione. L’ultima fase però, per un disegno strano della Provvidenza, non arrivò a maturazione, perché, dopo tre anni di presenza ad Asharbari, fui richiesto di andare a guidare una missione al Nord, nella nostra diocesi di Khulna. In tal modo il mio posto rimase vacante e non si trovò chi mi sostituisse nell’opera di primo annuncio della Buona Novella. Così i 35 villaggi, visitati prima dai Gesuiti e rivisitati da me a più di mezzo secolo di distanza, sono ancora in attesa di chi riprenda in mano le file del discorso.

P. Antonio Germano, s. x.

Chuknogor, 1. 1. 2005: Festa della Divina Maternità di Maria.

VISITA A BODDIPUR: 2. 3. 1993

Oggi inizio una fase nuova nella visita ai villaggi. Finora tutte le visite erano limitate al mattino e questo comportava l’inconveniente di non vedere tutti ed il rischio di incontrare sempre gli stessi individui. Andando invece nel pomeriggio e rimanendo poi durante la notte, si ha la possibilità di incontrare tutti. Naturalmente, di volta in volta, bisogna limitare la visita ad un solo villaggio. Nel pomeriggio di oggi sono andato a Boddipur, un villaggio che ho trovato ben disposto fin dall’inizio. Una volta è venuta addirittura una delegazione fino a Bagachara per dirmi di “affrettare” un po’ le cose. In gran parte gli uomini erano fuori perché andati a suonare alle biye (nozze); gli altri erano andati al bazar di Bamonkhali, dove è mercato il pomeriggio del martedì.

Appena arrivato, sono stato subito invitato a cena da Jotin, il suocero di una sorella di Shondha, la moglie di Kartik (un disabile che era stato per alcuni anni ospite di P. Gabriele Spiga ad Ashabari di Bagachara). Mi dicono che il maestro, un cristiano battista (pare che non siano legati ad alcun mondoli=confessione religiosa e si definiscono bishomondoli=chiesa universale e per loro ogni mondoli va bene), un altro Jotin di Okapur vuole vedermi. Difatti, con molta semplicità, vado da lui e trovo la cosa interessantissima. Lui, insieme con un altro maestro, proveniente da Barishal, e convertito al Cristianesimo dall’Induismo (13-14 anni fa), dirige la locale scuoletta. La moglie, sposata in seconde nozze, dopo la morte della prima, è di Jeltupi (un villaggio cristiano della missione di Satkhira). E’ stata educata all’orfanotrofio di Satkhira, poi è stata in servizio alle suore di Bhoborpara (12 anni), quindi a Dinajpur. Nella cameretta, dove studia il figlio maggiore, un bravo ragazzo, che insegna a Kettorpara, frequenta contemporaneamente il College a Satkhira e sta dando il PTI (tirocinio pedagogico a Kolaroa), si è fatta subito una grande calca. Mi è stato offerto il te e, dopo un breve scambio di convenevoli, il Jotin mi ha portato a fare il giro del bazar di Bamonkhali. Ho avuto l’impressione che goda stima sul posto per il modo con cui viene ascoltato. Ho potuto così incontrare qualche personalità, come, per esempio, il medico del villaggio, che ho sorpreso a riscuotere a due mani le take per le medicine che gli vengono richieste in continuazione (forse perché è giorno di mercato e si spiega così il superaffollamento). Siamo poi entrati in un misti dokan (negozio di dolciumi) per l’immancabile invito all’assaggio. Poi mi ha introdotto al club locale Sriti club (il club della memoria), dove ci è stato offerto il te e dove mi sono state lette le finalità del club. Dette due parole di circostanza, siamo ritornati a Boddipur che era già sera. Erano stesi sul terreno dei chach (stuoie di bambolo) e subito un nugolo di bimbi si è ritrovato attorno al Jotin, che, si capisce, riesce a manovrarli bene, anche perché li ha a scuola. Sono stati fatti alcuni canti religiosi, per un’oretta circa. Nel frattempo sono arrivati alcuni adulti, che sono andati via via aumentando: non sono ancora tornati quelli che sono andati fuori a suonare. Così colgo l’occasione per rivolgermi per la prima volta “ufficialmente” a tutti, anche per rettificare la presentazione che il Jotin mi aveva fatto e che mi portava su una pista, che io volevo assolutamente evitare. Ho ribadito in maniera categorica la mia posizione: l’importanza di separare la religione dai soldi e il desiderio mio di essere accolto come guru (guida spirituale). Ho cercato inoltre di far capire che non bisogna avere fretta, ribadendo la necessità di procedere con ponderazione e discernimento. Mi hanno invitato con insistenza a ritornare, almeno una volta la settimana. Ho assicurato che sarei ritornato il più resto possibile. Da quel che si può capire, c’è una buona resistenza in chi vuole restare hindu.

VISITA A KOILA: 3. 3. 1993

Nel pomeriggio, verso le tre, parto alla volta di Koila. Lo scopo è quello di incontrare un po’ tutti e fare un primo tentativo di discorso con loro. Sulla via mi fermo a Sripotipur per una rapida visita alla para (sono occasioni che non bisogna lasciar cadere). Riprendo il mio viaggio, facendo più avanti una sosta a Jellabad, anche qui, per una breve visita alla para. Mi dirigo poi a Jeltupi per prelevare il catechista Anondo e portarlo con me a Koila. A Koila, come al solito, faccio tappa da Moni. Ci sono tutti figli (bravi ragazzi) ed anche il seminarista (Oshim: classe X). Vado di casa in casa, approfittando per aggiornare qualche dato anagrafico. Verso sera con Anondo, il seminarista e qualche altro figlio del Moni ci appartiamo per un po’ di preghiera e propiziarci così l’incontro con la gente. Quasi subito ci spostiamo nel cortile della casa di Lokkon (un anziano maestro utilizzato a suo tempo da P. Serafino come catechista della para). Un po’ alla volta arrivano tutti gli uomini, eccetto quelli che non sono in casa.

Incomincio col ringraziare loro per essere venuti e il Signore per averci fatto ritrovare insieme. Spiego il motivo del mio girare di questi due anni e dell’incontro di questa sera. Lo scopo è di ristabilire il rapporto che si era creato a più riprese nel passato e che, per varie ragioni, non è poi continuato. Espongo con la maggior chiarezza possibile che non vengo a fare nessuna promessa: scuola, maestro, terra, case, ecc. e, basandomi sulla mia passata esperienza, insisto nel dire che la via deve essere un’altra. Ripeto che non bisogna avere nessuna fretta, perché quello che incomincia in fretta, finisce presto nel nulla. Ho l’impressione che ascoltino con attenzione quello che dico e ci diamo appuntamento in un prossimo incontro. Intanto loro avranno modo di confrontarsi anche con gli altri che non sono venuti.

Dopo cena, fatta in casa di Moni, verso le dieci e mezzo, raggiungo Jeltupi per pernottare nella casa del catechista.

VISITA A BANTRA: 4. 3. 1993

Bantra era la para che, all’inizio, aveva mostrato più interesse, insistendo che incominciassi subito con qualche cosa di concreto. E’ stata proprio questa fretta che stava per compromettere l’incontro della serata. Sulla via per Bantra, sosto a  Dhandia per avvisare il catechista che avrei trascorso la notte a casa sua. Mi fermo brevemente anche a Kettorpara. Arrivato a Bantra, faccio, come di consueto, il giro della para. Scopro che varie donne provengono da villaggi cristiani: Joynogor, Goalchator, Sagda, Kamarali. Molte donne e bambini sono andati a kutum bari (dai parenti) e gli uomini non sono ancora tornati dal mercato.

Intanto, man mano che gli uomini ritornano, vengono a sapere del mio arrivo e danno inizio al loro parlottare. Il tema dominante della conversazione, che giunge anche al mio orecchio, riguarda l’incontro di questa sera, di cui si indovina già la conclusione: quelli che vogliono diventare cristiani si facciano avanti e con essi si incominci subito qualcosa di concreto. E’ proprio questo l’argomento che io voglio assolutamente evitare, quello, cioè, di porre la gente con le spalle al muro obbligandole subito a scegliere, perché così si compromette il bel tutto, ricadendo nel vecchio gioco. Intanto qualcuno incomincia ad arrivare e si forma presto un gruppetto, con cui inizio la conversazione e, cogliendo quello che c’è già nell’aria, mi premunisco mettendo subito l’accento sul fatto che il modo con cui loro hanno incominciato si oppone totalmente al mio intento, che non è quello di stabilire subito una linea di demarcazione tra chi vuol diventare cristiano e chi non vuole, creando così un ulteriore motivo di divisione fra di loro. Evidentemente c’è un gruppetto di famiglie che è impaziente e vorrebbe incominciare subito, facendo capire che dietro c’è un interesse d’altro genere. Questi incontri servono soprattutto a me, perché mi aiutano a mettere a fuoco alcuni punti fondamentali facendomi trovare via via anche il modo più efficace per esprimerli. Fra loro c’è soprattutto Bistu (sembra il leader indiscusso della para), che parla molto francamente, da quello che appare, e approfitta per elogiare anche qualche comportamento della para. E’ lui che sollecita quelli che vogliono a schierarsi subito. Sulla sua parola io intervengo per dire che  è proprio questo quello che io non voglio, perché facendo così si creerebbe subito divisione nella para. Dico con forza, senza sottintesi, in maniera che non abbiano ad illudersi, che io non faccio alcuna promessa: né casa, né maestro, né chiesa, ecc. In tutte queste opere io non ho molta fiducia, se manca l’adesione piena e la collaborazione degli interessati e soprattutto rilevo che il fatto religioso non va confuso con l’aiuto economico, che in loro è ancora indissolubilmente legato alla venuta del missionario.

Portando poi il discorso su un altro piano, anche per prevenire qualche obiezione, vien fuori dai loro stessi interventi che in effetti essi si dicono Hindu, ma il mondo religioso Hindu non li considera affatto e non li riconosce come tali. Tante sono le prove a conferma di questo atteggiamento di disprezzo nei loro confronti. L’incontro mi offre uno spunto molto valido da utilizzare negli incontri in altri villaggi. Termino rilevando con loro l’importanza dell’unità e quindi lo sforzo di eliminare ogni elemento che può creare divisione fra di loro: la religione vera non è causa di divisione, ma sorgente di unione. Alla fine, tutti hanno convenuto sull’importanza di ritrovarsi ancora.

Questo primo incontro è servito ad ammorbidire tanti pregiudizi ed ha spianato la via ad altri incontri, in cui, si spera, saranno presenti tutti. Ho cenato a casa di Kalipodo, marito di Gitarani, una ragazza cristiana, originaria di Goalchator. Sono sposati da 12 anni circa e non hanno ancora figli: è un po’ il loro cruccio. Ho lasciato Bantra verso 10.30 e sono andato a trascorrere la notte a Dhandia in compagnia dei badur (pipistrelli giganti).

BOSONTOPUR: 15. 3. 93

 

Parto da Bagachara dopo le tre del pomeriggio diretto a Jeltupi per prelevare il catechista Anondo e portarlo con me. Sulla strada mi fermo per una visita lampo a Boddipur. La gente, infatti, si mostra contenta del gesto e mi prega di restare. Il vecchio Jotin sale lui stesso sulla pianta a prendere un dab (noce di cocco). Viene fatto chiamare anche il Jotin di Okapur, il quale si precipita subito ed anche lui mi prega di stare in casa sua durante la notte. Ripartiamo alla volta di Bosontopur. Il viottolo che dalla strada principale porta dentro la para è tagliata in due posti per via dell’irrigazione: sempre i soliti “padroni”, che tagliano la strada come e dove vogliono senza preoccuparsi del danno che deriva ai poveracci. Per me non ci sono problemi perché i giovanotti della para mi vengono incontro e mi aiutano a sollevare la moto. La para è in festa per un matrimonio appena celebrato: si tratta di una ragazza incontrata l’ultima volta a Bantra. Si chiama Mano; la mamma (Kudi) è vedova ed è imparentata a gente di Senargati (villaggio cristiano). Sembra si tratti di un matrimonio combinato su due piedi, perché i due, ragazzo e ragazza, pescati insieme. Il ragazzo è figlio di Suren, originario di Jeltupi, da cui, qualche fa, fu mandato via perché avvelenatore e scuoiatore incallito. Faccio il solito giro delle capanne e verso il tramonto invito  l’Anondo a sederci per un po’ di preghiera. Ci sediamo all’aperto e subito vengono a frotte i bambini e poi, via via,  uomini e donne. Anondo apre con un canto intonato al tempo quaresimale, poi leggiamo due salmi, intercalati da un altro canto.  La gente esprime il desiderio di sentire parlare di Gesù e così cogliamo l’occasione per leggere qualche passo del capitolo V del Vangelo di Matteo. Terminata la preghiera, visto che quasi tutti erano presenti, colgo l’occasione per avviare il dialogo con loro, avendo cura di mettere in risalto i soliti punti salienti, già messi in evidenza negli incontri precedenti con gente  di altri villaggi ed, ovviamente, richiamati ogni volta che sono stato in visita al villaggio. La differenza è che ora sono tutti presenti e tutti sono in grado di sentire. Penso che Bosontopur sia l’unico villaggio, in cui non ho incontrato alcuna resistenza e la gente sarebbe pronta ad entrare in blocco e farsi battezzare. Anche le loro richieste (per il momento) sono limitate all’esigenza di avere un maestro nella para. Bosontopur era il villaggio più disastrato che avevo incontrato nel mio primo giro, con la tipica fisionomia del villaggio Muci: para sporca,  bambini infangati o polverosi, con l’immancabile moccolo al naso. Devo dire (e questo l’ho fatto notare anche a loro) che dall’inizio e cioè dai primi incontri ad ora c’è stato un notevole progresso, anche se molto resta da fare, ma questa è la via da percorrere.

Abbiamo cenato a casa di Dhunu, sposato ad una ragazza di Khordo (villaggio cristiano), di nome Moyna. Hanno insistito perché rimanessimo da loro lungo la notte, dal momento che, secondo loro, la strada che va a Kolaroa durante la notte è pericolosa. Ma, avendo data parola alla moglie del catechista, dopo cena, torniamo a Jeltupi.

JELLABAD: 16. 3. 93

 

Parto da Bagachara verso le tre del pomeriggio con un po’ di apprensione nel cuore, perché, sin dalle prime visite, a Jellabad non mi sono trovato mai a mio agio. Mi affido completamente al Signore, dicendogli che, dopo tutto, sono affari suoi. Mi è venuta l’ispirazione di portarmi dietro il volume dei Diari dei Gesuiti, dove con più frequenza si parla di Jellabad (i primi contatti erano iniziati nel 1921). Vado a Koila a prelevare il seminarista Oshim (in realtà il ragazzo mi sembra un manichino: tutto stirato e pettinato e non mi sembra un gran che entusiasta di venire con me).

Appena arrivo a Jellabad, mi siedo sulla veranda della casa di Jogindro, un giovane istruito (under-matric: un quasi-maestro), che si è sposato recentemente con una ragazza di Nowapara (un villaggio cristiano della missione di Simulia). Mi rendo conto che la mia visita improvvisa li trova un po’ spiazzati. Per rompere il ghiaccio, prendo in mano il diario e leggo le notizie che riguardano Jellabad. La casa, dove sono ospite, è legata ad un certo Punno, che era il matubbor (capo-villaggio) della para, con cui il P. Wanters S. J. era venuto a contatto la prima volta nel 1921 e al quale aveva affidato il compito di costruirgli una casa, dove il padre potesse stare quando veniva a trovarli. Il papà di Jogindro è un nipote del Punno, in quanto figlio di un fratello e si ricorda molto bene di questo suo zio e della casa che il padre gesuita aveva fatto costruire. Leggo queste notizie e quelli che mi sono attorno e ascoltano, rimangono molto sorpresi e si meravigliano di come i Padri registrassero tutto. Dopo questo avvio sotto il segno della titubanza, inizio la visita delle famiglie. Con me, oltre al seminarista, ci sono due Gobindo, uno, cattolico, figlio di una vedova originaria di Dhandia, che è stato all’orfanotrofio di Satkhira e che ora frequenta la VII ed un altro Gobindo, che fa la IX, hindu, ed è aiutato a studiare da P. Gobbi.

In realtà, la para non l’avevo mai girata tutta; adesso, andando di casa in casa, ho un’ottima impressione di ordine e pulizia: le capanne sono ben sistemate, pulite, ci sono piante dappertutto e c’è uno spazio notevole per ogni blocco di capanne. Evidentemente, da un punto di vista economico, la gente sta discretamente e quasi tutti i ragazzi vanno a scuola: alcuni fino a Jeltupi, altri nella scuoletta del BRAC (una organizzazione non governativa molto diffusa in Bangladesh). Molti sono quelli che lavorano a Kolaroa, come calzolai (un lavoro tipico dei Muci) o in altre piccole attività. Terminato il giro della para, ho notato che in diverse case viene dato il segnale della puja (preghiera) vespertina. Anche noi andiamo a pregare nella veranda del choto (piccolo) Gobindo. Anando di casa in casa, avevo annunciato che verso sera avevo piacere di sedermi con tutti e perciò avevo invitato tutti a venire. Sono invitato a sedermi nell’uthan (cortile) di Ghechu, dove, un po’ alla volta, arrivano tutti. Man mano che vado avanti nel dire le mie cose, le paure iniziali si dissolvono e noto con sorpresa una udienza molto attenta a quello che dico. Fin dall’inizio li metto in guardia dalla fretta di prendere subito una decisione (se diventare o no cristiani), che porterebbe subito ad una divisione. Questo mio inizio di discorso cattiva subito l’attenzione. Come  già in incontri fatti altrove, insisto su questo aspetto e, questa volta, ricorrendo alla loro lunga storia di contatto con il cristianesimo. Rilevo l’importanza di conoscersi prima ancora di iniziare qualsiasi lavoro. Mi accorgo poi che questi tipi di incontri, fra loro sono molto rari, sono di loro gradimento. Prova ne è il fatto che mi invitano a ritornare. Mi pregano anche di rimanere durante la notte, ma, avendo data parola a Jeltupi, verso le nove, dopo cena (tra l’atro sono invitato in due posti diversi: dal choto Gobindo e da Girendro), vado a Jeltupi a pernottare.

KASPUR: pomeriggio del 5 maggio 1993.

 

La visita a Kaspur non è iniziata sotto i migliori auspici. Il programma era di prelevare il catechista d Jeltupi, Anondo, e andare insieme a Kaspur. Senonchè a Jeltupi non trovo Anondo, che è andato a Satkhira. Rimedio andando a Dhandia nella speranza di trovare Lukas, il quale si dimostra disponibile a venire. Sono già le cinque del pomeriggio e quindi è già un po’ tardi. Partiamo ugualmente. Arriviamo a Kaspur poco prima delle sei. Ma, appena a Kaspur, mi accorgo che la ruota della moto è a terra, bucata. L’avevo già riparata al mattino, ma le forature ormai sono tante e le pezze, messe in qualche modo, con questo caldo, si staccano l’una dopo l’altra. A Kaspur non ci sono meccanici e quindi bisogna andare fino a Kolaroa, a circa 3 Km. di distanza. Mi rassegno a trascinare la moto: la strada è sconnessa e col van (carretto-triciclo) si farebbe molta fatica. Provvedo a dare una gonfiatina alla ruota perché tenga almeno nel tratto katcha (sentiero scosceso). Difatti arrivo un po’ miracolosamente fino alla strada mattonata, tutta disconnessa e poi son costretto a portarla a mano, tenendo la moto in prima. Nonostante sia ormai sera, il clima è molto caldo-umido e arrivo perciò a Kolaroa in un bagno di sudore. Estratta la camera d’aria, si vede chiaramente che due o tre pezze si sono staccate. Ripararla non vale la pena e così decido di comprarne una nuova, per non correre più certi spiacevoli rischi. Ormai sono già le sette di sera e mi rendo conto che a Kaspur questa sera non si fa nulla, perché sono stanco e un po’ in tensione. Infatti torno a Kaspur per prelevare Lukas, il quale, nel frattempo, ha avuto modo di parlare e di sentire quello che la gente dice e pensa e cioè quello che normalmente a noi bideshi (stranieri) non dice. Tra l’altro la gente è tutta intenta a trebbiare il riso, che si trova ammucchiato nei vari cortili della para e perciò non c’è la situazione ideale per incontrarla. Sarà per un’altra volta, visto che oggi il Signore ha predisposto le cose diversamente. Così carico Lukas e ci avviamo alla volta di Dhandia, per trascorrere la notte in quella stazione missionaria.

SONABARIA: 6-7 maggio 1993

 

Ero rimasto d’accordo con Lukas, il catechista di Dhandia, che sarei andato a prelevarlo e insieme saremmo andati a Sonabaria, che, tra l’altro è anche il suo villaggio natale. Difatti alle quattro in punto sono a Dhandia e con Lukas a bordo mi dirigo verso Sonabaria, che si trova ad una diecina di Km. ad Ovest di Kolaroa. Nel cuore fa capolino la solita apprensione: come andrà a finire oggi, ci accoglieranno, rimarranno indifferenti, da chi staremo, dove mangeremo, che cosa diremo? Ma, come al solito, si fa sentire con la sua presenza rassicurante: di che cosa ti preoccupi? Questo è affare mio, tu vai e il resto lo farò io. E difatti quello che il Signore fa è sempre meraviglioso. Arriviamo a Sonabaria e la maggior parte degli uomini è ancora fuori a lavorare. In casa ci sono le donne, i vecchi e i bambini. C’è anche qualche uomo come il Kalipodo, il quale è intento a trebbiare il riso nell’aia antistante la casa. Ci fermiamo proprio a casa del Kalipodo, il quale ha una bambina di quasi un anno, che ha un volto sfigurato, diventato tutto una piaga. Alcuni mesi fa, quando è arrivato il gruppo dei medici italiani, mi sono interessato a questa bambina. Si era d’accordo che la portassero a Khulna e invece, con la scusa che non avevano soldi per accompagnarla fino a Khulna, non si sono più presi cura della bambina, la cui situazione naturalmente è peggiorata. Penso che la vera ragione per cui non si sono preoccupati di lei è proprio perché è “una” bambina e non “un” bambino. Dopo aver fatto una rapida visita alla para, Lukas mi fa la proposta di fare una capatina ad un famoso tempio hindu che si trova oltre il bazar di Sonabaria, non molto lontano dalla High School. L’idea mi piace e così andiamo. E’ stata per me un’autentica sorpresa. Non avrei potuto immaginare che ci potessero essere vestigia così antiche e così belle nella zona. Il corpo centrale del mondir (tempio) a tre piani è ancora quasi intatto nella sua maestosità. Tutto, naturalmente, è in stato di completo abbandono, soprattutto la zona che circonda il mondir, che un tempo doveva comprendere tutta una serie di edifici, che assolvevano ad una loro particolare funzione e che ora purtroppo sono diventati un cumulo di rovine. Intatta è rimasta solo una parte: un tempietto laterale con il segno di Shiva, ancora luogo di culto per i pochi hindu rimasti nella zona. Nel passato questa doveva essere un’area piena di vitalità per la larga presenza di hindu, che un po’ alla volta sono scappati in India lasciando il posto ai musulmani. E’ un peccato che nessuno si prenda cura di questa località ed in maniera particolare del mondir, che andrà sempre più in rovina, ricoperto com’è di erbacce e piante, le cui radici penetrando sempre più in profondità nelle mura, a lungo andare, lo faranno crollare.

Di ritorno dal tempio facciamo la visita della para, girando di casa in casa. Verso il tramonto ci fermiamo sulla veranda di casa di una parente di Lukas, una vedova che vive con il figlio che si è sposato recentemente con una ragazza di Kaspur  e con l’altro figlio un po’ menomato mentalmente. Questa sembra essere la famiglia più povera della para: una misera capanna costruita su una kata (equivalente, pressappoco, a 10x10 metri) di terreno, donata a suo tempo dai parenti di Lukas quando sono andati via da Sonabaria. Sarà proprio da questa famiglia che ceneremo: la famiglia più povera della para.

Dopo la nostra preghiera della sera, fatta al cospetto di tutti, mi incontro poi con due personaggi, il primo un hindu, figlio di un bramino e l’altro un maestro musulmano, che si presta a fare un po’ di ripetizioni ai ragazzi della para. Questi due incontri mi offriranno un ottimo spunto per l’incontro di questa sera con tutta la gente. Ci dirigiamo verso la casa di Dhiru e Hiru e, mentre siamo seduti nel cortile antistante la casa di questi due fratelli, arrivano altri uomini della para e così, in maniera molto informale, incomincio con loro una conversazione in cui io ho modo di esporre le ragioni dei miei giri e delle mie visite. L’accento, come al solito, cade sui punti fermi che mi piace sottolineare in questi incontri serali con la gente: - la finalità è quella di ristabilire e approfondire i rapporti con loro; - nessuna promessa di aiuto ed esclusione di intervento a livello educativo e socio-economico; - il mio scopo è di indicare la via della salvezza, che non è lontana da noi, ma è alla nostra portata; - non c’è nessuna fretta nel prendere decisioni, perché è molto importante conoscersi prima, eliminando il più possibile false attese e aspettative.

Nel frattempo il cielo si è rabbuiato e sembra che da un momento all’altro debba scoppiare un temporalone. Ceniamo che ormai sono le dieci di sera. Poi, per dormire, Kalipodo ha preparato un posto per noi due nella veranda della sua casa, una piccola gabbia, ma per fortuna il tempo si è scaricato in qualche posto, perché l’atmosfera si è rinfrescata e si può dormire tranquillamente. A conclusione qualche riflessione: la visita è stata un esercizio di fede, perché in un certo senso, mi sono visto spiazzato, ho giocato fuori casa, sperimentando una situazione di precarietà. Di grande forza l’esempio di Gesù che dà la vita per gli altri e quindi, per quelli che credono in lui, non ci possono essere altre strade che la Sua.

 

KAMKOLA (LANGHOLA-LANGOHARA-CHARAGHAT-NOKURO-LAOKORA) KASPUR: 18-19 maggio 1993

 

La configurazione di questi due villaggi Kaspur-Kamkola fin dall’inizio mi è risultata poco chiara sia nei nomi sia nella mappa o distribuzione topografica, tant’è vero che quasi ogni volta faccio qualche nuova scoperta. Oggi, per esempio, vengo a sapere che sono rimaste fuori della lista che ho con me altre dieci famiglie. E quando penso di essere arrivato a Kamkola, mi dicono: “questo non è Kamkola, ma Kaspur” ed il contrario mi capita quando penso di essere a Kaspur. Dopo il temporale di ieri, il tempo appare ancora incerto e, per la verità, se dovessi assecondare la natura, non ho proprio molta voglia di muovermi, dovendo ogni volta affrontare l’incognito. Sento tuttavia l’imperativo di andare e alle tre in punto, pur con questa pena nel cuore, mi muovo verso Jeltupi per andare a prelevare il catechista Anondo. Il tempo rimane ancora incerto, nuvole nere sono all’orizzonte e sono combattuto dal dubbio se andare o ritornarmene a casa. Ma alla fine prevale l’urgenza di andare e, nel nome del Signore, si parte alla volta della sua vigna.

Arriviamo, come io penso, a Kamkola e mi dicono invece che siamo a Kaspur. Sostiamo nella casa di Dulal, originario di Jeltupi e venuto qua circa dodici anni fa. E’ un brav’uomo, fa il muratore e cerca di arrangiarsi in tutti i modi per mandare avanti la sua numerosa famiglia. Ha sposato una sorella del Nitai, il padrone della fishery (cooperativa per la coltivazione del pesce) impiantata nella para, che ha la casa paka (in muratura) e una ventina di biga (la terza parte di quello che in inglese si dice acre) di terreno. Una figlia del Dulal è sposata a Dhandia e un’altra a Kamarali (Dhandia e Kamarali sono due succursali della missione di Satkhira). Il figlio maggiore, aiutato da P Gobbi in Satkhira, frequenta la classe X. Questo ragazzo si chiama Markus e ci accompagna nel giro che facciamo di casa in casa subito dopo essere arrivati. In questo giro vengo a scoprire un’altra para, non registrata nei miei fogli. Si tratta, in effetti, di due famiglie patriarcali. La prima è quella di Prophullo, che sembra il più influente dei suoi fratelli (in tutto sette, tutti sposati, salvo l’ultimo, Khokon, che vive con Probhat). L’altra è quella del Kalipodo con cinque figli, tutti sposati.

Terminato il giro delle famiglie, ritorniamo nella casa del Dulal per la nostra preghiera della sera. Girando nelle famiglie, avevo avuto l’occasione di invitare tutti all’incontro della sera. Durante la visita scopro anche che ci sono almeno due uomini, che da piccoli sono stati nell’orfanotrofio di Satkhira ed entrambi si chiamano Nirapodo, uno dei quali originario di Shagda (succursale di Satkhira). Mentre ci disponiamo sulla veranda per la preghiera, il cielo si fa sempre più oscuro e sembra che da un momento all’altro debba scoppiare il solito temporale monsonico. Difatti, mentre stiamo pregando, improvvisamente si scatena un forte vento, accompagnato subito dopo dalla pioggia, che naturalmente viene buttata con forza dentro la veranda. Cerchiamo di ripararci in qualche modo, stendendo davanti l’apertura una stuoia di bamboo. Il temporale sembra aver rovinato il bel tutto, perché ha mandato all’aria l’incontro con la gente. Ma è il Signore che dirige gli eventi e la cosa positiva è che io sia qui questa sera, nonostante le mie resistenze, a testimoniarlo come meglio posso, restando in mezzo alla gente e accettando con gioia la situazione di povertà che mi avvolge. Intanto la moglie del Dulal si è fatta in quattro per prepararci una bella cena: addirittura due tipi di torkari (pietanza) di pesce e pollo, condito naturalmente con tanto jhal (peperoncino). Continua piovere e a tirare vento, quindi c’è poco da muoversi,  ognuno rimane nelle proprie case e anche noi ci disponiamo ad andare a letto. Per il catechista e per me c’è un tavolato sulla veranda: dormiamo nello stesso letto, vicino a noi ci sono i due figli del Dulal, Markus e Niran. Io mi avvolgo nel mio lungi (una sorta di gonna che portano gli uomini) e mi appresto a passare in qualche modo la notte. Infatti, nella veranda, si è quasi all’aperto e per poter dormire bisognerebbe almeno avvolgersi in un lenzuolo. Come Dio vuole e cioè nel dormiveglia si passa la notte. Di buon mattino, premunito di pendolino, come ogni bengalese, chiedo dov’è la paikhana (gabinetto). Mi guardano sorpresi, come per dire: “E’ ovvio, no? Nei campi! Sollevato dal peso, ritorno, mi lavo in qualche modo e mi accingo a pregare un po’. Nel frattempo si è radunata una buona folla di persone, le quali si scusano per non essere potute venire la scorsa notte per l’inclemenza del tempo. Così, molto alla buona, io mi siedo un momentino con loro esponendo quello che di solito dico negli altri incontri. Al termine mi dicono di ritornare per aver più tempo a disposizione per parlare, perché adesso ognuno deve andare al suo lavoro.

KASPUR (LOAKORA): 20 – 21 maggio 1993

 

Questo andare “disarmato”, fidandomi di Lui, senza riserve mentali (vale a dire avendo in mente un proprio piano, che cancella e annulla quello di Gesù) diventa sempre più un esercizio di fede: un credere e un fidarsi e questo tanto più quando si gioca spiazzati, per usare un termine sportivo, fuori del proprio terreno di gioco, non in zona propria, come potrebbe essere l’ufficio della missione, la chiesa, la scuola o la ristretta cerchia del villaggio cristiano. Il campo da gioco è di solito la veranda di una capanna, che spesso diventa anche luogo di riposo durante la notte: una situazione di tutta precarietà, che ti pone a fronte della tua impotenza, soprattutto quando piove e ti butta dentro l‘acqua o quando soffia il vento e non hai modo di coprirti, perché di notte, sulla veranda, è come dormire all’aperto. Allora quando parli di Gesù inspiegabilmente finisci per credere più profondamente e, ancora più inspiegabilmente, ti accorgi che la gente percepisce quello che tu vuoi dire. Uno degli spunti sorvolati recentemente è stato quello di dire che diventare cristiani non è semplice perché significa seguire Gesù, che è morto in croce dando la vita per noi. Per chi crede in Lui e vuole diventare suo discepolo non può esserci altra via: solo attraverso la morte è possibile trovare la vita (il rinascere di Nicodemo).

Sono questi più o meno i pensieri che si sono accavallati nella mia mente, mentre, la scorsa notte, nella veranda della casa di Shumbo, dopo aver incontrato la gente, cercavo, ma inutilmente, di prendere sonno. La visita di ieri mi è servita soprattutto ad avere una idea più precisa sulla posizione topografica di Kaspur-Kamkola, che fin dall’inizio mi è risultata sempre un po’ confusa. Sono andato di nuovo in compagnia di Anondo. In para a quell’ora non c’era quasi nessuno. La maggior parte degli uomini, infatti, guida i van (carretto-triciclo: ce ne sono in tutta la para una ventina) e prima di sera non tornano a casa. Così, dopo una breve visita alla para, siamo andati a Loakora, la para dei Ghoshai (una sorta di santoni, addetti per lo più ad un tipo di droga locale gaja), dove ci siamo fermati da Shudhir, con cui fin dall’inizio la conversazione è stata sempre interessante. Shudhir proviene da Joynogor (un villaggio cristiano della missione di Satkhira), dice di essere imparentato con Fulchand di Jamalnogor (un villaggio cristiano della missione di Borodol) ed ha un po’ il dente avvelenato contro i matubbor (i capi) di Joynogor. Sostiamo anche nella casa di un altro ghoshai, Haru, il quale, cosa veramente strana, conserva la tomba del papà e della mamma dentro casa, dove, secondo quello che ho sentito, in tempi determinati, si fanno preghiere accompagnate da kirton (canti accompagnati da danza). Anche a Loakora la maggior parte degli uomini è ancora fuori. Così ritorniamo a Kaspur, dove si incominciano a vedere un po’ di uomini, rientrati con i loro van. Intanto c’è un incontro poco simpatico con la prima moglie di Onil di Goalchator (altro villaggio della missione di Satkhira), la quale è stata rispedita a casa, perché, sembra, non possa avere figli e racconta dei soprusi subiti a casa dell’Onil, ad opera soprattutto di Pulin e della suocera. Shumbo, di cui siamo ospiti, ha due figli, il primo dei quali, Shuphol, frequenta la IX, sembra un bravo ragazzo e rimane con noi durante la nostra visita alla para. Si rimane d’accordo che verso sera ci si siede sulla veranda di uno dei matubbor, il Deben. Il tempo guasta e sembra che da un momento all’atro debba scoppiare il temporale e questo sembra mandare all’aria il bel tutto. Finalmente, verso le dieci, con alcuni uomini, sembra i più influenti della para, ci si siede ed io ho la possibilità di esporre i motivi delle mie ripetute visite. L’incontro va avanti per circa un’ora e mezza. Ho l’impressione che siano interessati al discorso, prova ne è il fatto che mi invitano a ritornare.



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